Irresistibilmente attratti dalla paura

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«Perché più che uno studioso del paranormale, mi definirei un curioso dell’insolito: insolito che può riguardare tanto fenomeni ritenuti paranormali, ma che magari poi hanno spiegazioni naturali (non meno affascinanti), quanto episodi storici avvolti nel mistero. Devo dire che dopo avere trascorso diversi anni a studiare il mondo del paranormale, e trovandomi sempre di fronte all’impossibilità di assistere a un autentico fenomeno, ho deciso di allargare i miei interessi anche a misteri che non avessero niente di soprannaturale, che richiedessero comunque fiuto investigativo ma che, alla fine, potessero anche dare una qualche risposta. E poi, spesso i casi di cronaca nera oltre che presentare aspetti misteriosi hanno stretti legami con il mondo dell’occulto: penso alla vicenda del Mostro di Firenze, di cui mi occupo ampiamente nel libro. Ma certamente, a tutti sarà venuto in mente anche il caso che in questi giorni sta tenendo banco su TV e giornali italiani, in cui una sensitiva sembra avere indicato dove si trovava il corpo di una ragazza scomparsa tre anni fa. Personalmente, ho fatto qualche verifica per il CICAP e ho scoperto che le cose stanno un po’ diversamente: per esempio, sembrava straordinario che la sensitiva avesse indovinato che la ragazza era finita nel lago e non era scappata in giro per il mondo».

È invece…

«In realtà, quella era proprio la prima ipotesi fatta dalla polizia e dai genitori stessi a suo tempo: la giovane stava tornando a casa, quella notte pioveva a dirotto e la strada si era trasformata in un pantano. Qualcuno, all’indomani della scomparsa, notò anche una violenta frenata lungo la curva che si affaccia sull’area di sosta panoramica: le ricerche partirono proprio da lì, ma i mezzi evidentemente non erano adeguati. Ora, dopo tre anni, e dopo le ricerche da parte di un gruppo di volontari del servizio civile (che hanno tutto il merito del ritrovamento) la ragazza è stata trovata».

Che indicazioni deduce da questo esempio?

«Una volta che si conoscono questi particolari, ecco che la scoperta risulta meno straordinaria. In ogni caso, abbiamo appena iniziato un’indagine più accurata sul caso e presto speriamo di avere notizie più precise da comunicare».


Dici Massimo Polidoro e pensi all’uomo più scettico d’Italia. Scettico nel senso buono, di persona che sottopone i fenomeni che gli interessano all’esame della ragione e della scienza  e non nel senso negativo di persona disfattista.

Polidoro è, col giornalista Piero Angela e l’astrofisica Margherita Hack, uno dei fondatori del Comitato italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale, noto con la sua sigla CICAP. Sino all’anno scorso il suo campo di indagine era il mondo del paranormale. Dal ’95, infatti, ha pubblicato una ventina di libri su argo menti quali lo spiritismo, l’illusionismo e molti misteri assortiti (come il mostro di Loch Ness o il triangolo delle Bermude)… Poi, l’anno scorso, dimenticando in apparenza l’interesse per l’occulto, ha pubblicato un volume sui grandi gialli della storia. E ora continua lungo questo filone con l’ultimo volume (Cronaca nera. Indagine sui delitti che hanno sconvolto l’Italia, ed. Piemme, 429 pp.) uscito nelle scorse settimane.

I casi esaminati vanno da un clamoroso «martirizzatore di bambine» che agì a Roma negli anni ‘20 del secolo scorso al delitto di Cogne, su cui ancora non si spegne la polemica, passando per la saponificatrice di Correggio, i mostri (si noti il plurale) di Firenze, il delitto di via Poma e altre inquietanti vicende che hanno avuto un’immensa eco sui media. Per noi è soprattutto un’occasione per discutere con Polidoro della fortuna che gode la cronaca nera nel mondo dell’informazione, delle nuove tecniche investigative, della violenza dei nostri tempi, delle paure e delle frustrazioni di molti assassini, ma anche dei lati oscuri che si annidano in ogni persona cosiddetta normale…

La cronaca nera è un genere giornalistico che gode sempre di vasto interesse? Come mai adesso è così seguita?

«Va a periodi: durante il ventennio fascista era proibita, perché bisognava creare l’illusione che l’Italia fosse diventata un Paradiso. Dopo la guerra, divenne un genere estremamente popolare, che contribuì in un certo senso ad alfabetizzare la popolazione italiana. Negli anni ’70/’80, la nera ha perso terreno di fronte a fatti di sangue ben più grandi e sconvolgenti, dal terrorismo alla strategia della tensione. Ma dagli anni ’90 l’interesse si è risvegliato, a partire dal delitto di via Poma fino ad arrivare a quello di Cogne. È un interesse e un fascino comprensibile, è inevitabile essere attratti da ciò che ci fa paura, fa parte del nostro essere creature umane. La paura è, infatti, uno dei principali strumenti di difesa dell’individuo, è uno stimolo importante per attivare quelle reazioni che ci servono per difenderci dai pericoli dell’ambiente».

Prendiamo un caso come quello di Cogne, appunto: com’è possibile che un singolo fatto di cronaca nera possa catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica per mesi e addirittura per anni?
«Solo nel 2002 questa vicenda ha occupato il 3% del totale dell’informazione in Italia. Probabilmente, ha contribuito molto l’efferatezza del delitto e il suo presunto svolgimento nel contesto familiare; ma c’era anche il caso umano di una madre, unica indagata che nega di esserne l’autrice, e il carattere meramente ipotetico delle ricostruzioni, che dilatavano all’infinito le speculazioni sulla vicenda».

Pietro Maso, Erika e Omar, Donato Bilancia, su su fino alle Bestie di Satana: le nostra è l’epoca più violenta della storia?
«Sembrerebbe così, ma forse è solo un’impressione generata dal fatto che oggi grazie ai media siamo informati su tutto quello che accade in tempo reale e, dunque, anche i delitti ci sembrano più numerosi ed efferati di un tempo. Ma in realtà, nel corso di tutta la storia dell’umanità crudeltà e malvagità non sono mai mancate, solo se ne parlava meno».

Nella prefazione al suo volume lei parla di «effetto catartico» della cronaca nera. In cosa consiste?
«Nel fatto che rendersi conto di quanto la violenza sia diffusa, e sia sempre stata diffusa, può in qualche modo rassicurarci sul fatto che i nostri tempi non sono poi così terribili come sembra. Inoltre, bollare un assassino come “mostro”, “belva” o “bestia” si rivela, in fin dei conti, come un modo per difendersi, per rinchiudere il male in una casella e non ammettere così che si possa trovare in mezzo a noi. Ma non ci aiuta in nessun modo a capire perché quella persona è arrivata a uccidere e, magari, a farlo in un modo tanto terribile».

Ma al di là della catarsi, la cronaca nera non rischia di avere un inquietante «effetto emulazione»?
«Non ci credo tanto. Nel senso che chi delinque, o chi uccide, non lo fa tanto perché legge un giornale o vede un film, ma piuttosto lo fa perché ha dei problemi molto seri: certo, magari un articolo di giornale gli può dare un’idea su come agire, ma il “seme della violenza” c’era già da prima».

Lei ha studiato parecchi casi di efferata violenza. È corretto ritenere dei «mostri» i protagonisti, e viceversa è corretto ritenerli persone assolutamente «normali»?
«Prima di essere giustiziato, il serial killer americano Ted Bundy, disse agli investigatori: “La società vuole presumere di poter riconoscere i malvagi, i perversi, coloro che fanno il male. Ma ciò non è realistico: non ci sono stereotipi. La verità è che ci sono persone meno disposte di altre ad accettare il proprio fallimento”. Un assassino può essere lui o lei stessa vittima della paura, della frustrazione o del senso di inadeguatezza di fronte al mondo. La violenza è infatti spesso una reazione di fronte a un ambiente percepito come ostile, e che quindi spaventa. Ma invece di fuggire, come potrebbe fare un depresso, il violento lo assale per distruggerlo».

Nelle indagini dei nostri giorni assume un sempre maggior rilievo, soprattutto negli Stati Uniti, la nuova figura professionale del «criminal profiler», lo psicocriminologo. Ma come si fa ad entrare nella testa di un criminale?
«John Douglas, il più noto profiler dell’FBI, quello che è servito da ispirazione per “Il silenzio degli innocenti”, dice che è l’eccitazione della caccia a spingere certi individui all’azione. Un’eccitazione paragonabile a quella del leone nella savana. Poco importa se la predilezione di questi individui va alle prostitute, alle donne sole, ai
bambini o ai membri di qualsiasi altra categoria. Per certi versi, sono tutti uguali. Ma è ciò in cui differiscono, cioè le tracce delle rispettive personalità, a fornire un’arma in più agli investigatori. Il comportamento infatti riflette la personalità. Douglas dice che non è sempre facile, e non è mai piacevole, mettersi nei panni di simili individui, entrare nella loro mente. Ma è proprio questo che ci si aspetta da loro. Devono riuscire a capire “com’è” per ciascun assassino».

In che modo oggi la scienza può aiutare gli investigatori del crimine?
«La scienza è fondamentale oggi nell’indagine poliziesca, come si vede anche nelle tante fiction dedicate proprio a questo tema (dall’americana C.S.I. all’italiana sui RIS di Parma). Il calcolo relativo alla forma degli schizzi di sangue, l’analisi computerizzata delle impronte, l’esame del DNA, il Luminol che permette di portare alla luce impronte invisibili e tantissimi altri strumenti tecnologici permettono oggi alla polizia scientifica di contribuire alla soluzione di casi che, un tempo, sarebbero certamente rimasti irrisolti».

Criminali si nasce o si diventa?
«Ci sono ovviamente casi di assassini che hanno reali problemi neurologici, che non sono cioè responsabili delle proprie azioni; ma è spesso molto facile che una persona criminale la diventi. Studiando la vita tanto di serial killer quanto di delinquenti anche meno pericolosi, si scopre che più o meno tutti hanno avuto seri problemi nell’infanzia: abusi, violenze, mancanze gravi… Ciò significa che a un certo punto della loro vita questi individui sono stati esposti a un’influenza profondamente negativa. Non a caso, Douglas ama ripetere una frase che condivido: “25 anni di osservazione mi hanno convinto come insieme a più polizia, più denaro e più carceri, ci sia anche bisogno di più amore. Non voglio essere semplicistico; credo davvero che questo sia il centro della questione”».

Carlo Silini

(Tratto dal Corriere del Ticino del 29 settembre 2005)


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