Dylan Dog esiste davvero

di Sabrina Pieragostini

 


Dylan Dog, l'indagatore dell'incubo, esiste. Non ha l'aspetto di Rupert Everett né un collaboratore che assomiglia a Groucho Marx, ma, come il famoso personaggio dei fumetti, trascorre il suo tempo tra fantasmi e poltergeist. O meglio, trascorre il suo tempo a smascherare falsi fantasmi e finti poltergeist. Dylan Dog si chiama Massimo Polidoro ed è stata la sua sconsiderata passione per l'illusionismo a portarla a quella che è divenuta ormai una professione: scoprire la verità nascosta dietro il velo misterioso del soprannaturale. Il nostro, dicono le sue già leggendarie biografie, fin dalla più tenera età si dedicò anima e corpo alla prestidigitazione: grande ammiratore di Houdini e del nostro Silvan, il piccolo illusionista cresciuto nella provinciale Voghera scrisse un giorno a Piero Angela, lamendando la mancanza in Italia, di un comitato scientifico che sottoponesse a serie verifiche maghi e sensitivi.
Il giornalista lo volle conoscere e decise che era davvero il caso di affrontare uno studio serio del soprannaturale: fondarono il CICAP, ovvero il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sul Paranormale. Ma il sogno di Massimo Polidoro era appena iniziato. Con l'aiuto di Piero Angela, il giovanotto fece un viaggio negli Stati Uniti, ospite di James Randi, uno dei più noti prestigiatori del mondo. E divenne il suo allievo prediletto: visse e lavorò con lui per oltre un anno e mezzo e divenne per lui come un figlio.
Massimo tornò poi a casa, si iscrisse alla facoltà di Psicologia a Padova e iniziò a mettere a frutto le eccezionali nozioni acquisite da Randi. Lo Sherlock Holmes del soprannaturale, tra una conferenza e una trasmissione televisiva, faceva parlare di sé. Soprattutto perché, con quella sua aria candida da bravo ragazzo della porta accanto, sapeva riprodurre qualsiasi fenomeno "paranormale". Piegava chiavi e cucchiaini davanti alle telecamere, faceva fermare a distanza gli orologi, camminava sui carboni ardenti. Molto spesso, da buon illusionista, non rivelava il trucco ma assicurava che il trucco, comunque, c'era. "E se l'ho usato io, perché non pensare che lo usino anche altri?", chiedeva Polidoro alla gente stupefatta.
Già, perché no? Intanto il nostro girava tutt'Italia per spiegare quei casi definiti dalla stampa "inspiegabili". Scoprì, ad esempio, che gli episodi di poltergeist (gli "spiritelli maligni" che producono piccoli inconvenienti nella casa che infestano, tipo quadri che cadono dalle pareti o piatti che si rompono da sé) avvenuti nell'appartamento di una famigliola lombarda erano in realtà provocati dal figlio in età preadolescenziale desideroso di attirare l'attenzione dei genitori. Smontò anche il caso della sensitiva che aveva ritrovato, a suo dire, il corpo di un giovane morto annegato: invece, come attestava il referto dei Vigili del Fuoco, erano stati i sommozzatori ad individuare il cadavere e la donna si era limitata a "sentire" il punto esatto del ritrovamento a cose ormai fatte.


Sabrina Pieragostini

(Da: Il Giornale, 18 settembre 1995)