ETICA CRIMINALE
Fatti della Banda Vallanzasca
(Le prime pagine del libro)
“Tutti sogniamo di tornare bambini, anche i peggiori fra noi.
Forse i peggiori lo sognano più di tutti”
Il mucchio selvaggio, di Sam Peckinpah
BADU E’ CARROS
Domenica, 30 dicembre
1995
Ore 14,00
Dai Renatino bello, tieni duro che tra qualche giorno sei lontano da tutto questo schifo. E mentre lo pensa si rigira tra le dita la quarantesima bionda della giornata.
A chi lo guarda, lì nel vascone, forse dà l’impressione di avere la luna di traverso. Chi non lo conosce bene può pensare che sia un tipo tosto, un duro di poche parole. Invece, di solito, è un compagnone, gli piace chiacchierare con tutti. Non ora. Oggi ha altro per la testa. Ha un fuoco che gli brucia dentro. E’ l’eccitazione che gli mette addosso l’odore della libertà, una frenesia che non gli dava nemmeno il profumo di qualche bella sbarba. Ecco, si dice, questa qui è proprio una bella idea. Adesso sa dove sarà giovedì notte. Tra le braccia di una birbantella tutto pepe. Gliel’aveva promesso e le promesse si mantengono, specie quelle che si fanno alle fanciulle. Ci sarà tempo, dopo, per regolare i conti con chi, in tutti questi anni, gli ha fatto sputare sangue. E non solo dal punto di vista figurativo.
Per il momento, c’è da tenere i nervi saldi. Ma quello è il suo mestiere. Difficile trovare un’occasione in cui abbia perso la testa. D’altro canto è stato fatto tutto per benino e anche il caso ‘stavolta ha voluto dargli una mano. Doveva fermarsi solo qualche giorno per l’udienza preliminare e poi tornarsene dritto in quella sudicia cloaca di Napoli. Invece, zac! Il giudice, anzi la giudichessa, ha rimandato ogni decisione a dopo le feste.
Eccola qui Madama la Fortuna all’opera. Prima il caso gli butta lì un’occasione in cui aveva smesso di sperare da anni e poi regala ai suoi nuovi amici più tempo per organizzarsi bene là fuori. Certo, il piano è cambiato. Nessuno se ne andrà più domani notte, approfittando dei botti di Capodanno. E, certo, gli dispiace un sacco per quegli amici che non potranno farsi il giro di valzer insieme a lui. Ma l’ultima cosa che vuole è rivivere il macello di San Vittore. Cazzo, che giornata quella! Avevano perso tempo, era finito tutto a puttane e lui si era pure beccato una pallottola in testa. No, grazie, adesso si fa come dico io, pensa.
E per lui la via più semplice è un bel deja-vu. Gli basta arrivare su quella nave e poi dileguarsi per sempre. L’aveva già fatto. Otto anni prima, era scappato da una nave come una sardina che sguscia dalla rete, e valla a ripigliare una sardina nel mare. Quarantotto ore dopo era già in compagnia di una bella donzella che brindava a champagne.
Anche quella volta era stata una botta di culo del tutto inaspettata. Certo, libero c’era rimasto poco, solo venti giorni. E poi, quando l’avevano ripreso, si era quasi arreso, era stato sul punto di rimuovere per sempre l’idea di fuggire. Finché non si è aperta questa nuova, sorprendente possibilità e si è messo a pensare che forse, a 45 anni, gli si può ancora spalancare davanti un’altra vita. Non necessariamente criminale.
Insomma, ritrovarsi tra le mani quel ferro gli ha rimesso in moto un meccanismo che credeva arrugginito. Più guardava la pistola e più la vedeva come la chiave che gli avrebbe dischiuso, una volta per tutte, le porte di quel mondo che di lui sembrava avere ancora così tanta paura.
E sì che c’hanno provato in tanti a metterlo in riga. Come la prima volta, quella del circo. Era stata solo una bravata, aveva liberato gli animali dello zoo perchè le sbarre gli avevano sempre fatto schifo. Ma i questurini se l’erano portato via, per fargli prendere una bella fifa, e gli avevano fatto passare una giornata al Beccaria. Credevano di averlo raddrizzato, ma non si rendevano conto che quello era stato il suo battesimo criminale. Aveva solo otto anni, ma aveva subito capito la sua vocazione. C’è chi nasce sbirro, si era detto, chi scienziato e chi Madre Teresa di Calcutta. Io sono nato ribelle. Sono nato ladro.
EDUCAZIONE CRIMINALE
1958 - 1969
«Io c’ho paura» disse Francesco stringendo più forte la mano del fratello.
Renato smise di correre. Nel prato di papaveri si sentivano solo i grilli frinire. Qui e là poche lucciole si muovevano silenziose nel buio. «Dai, che siamo arrivati» disse lui. Poi, riprendendo un’andatura più lenta, aggiunse: «Guarda, le vedi quelle luci là in fondo? Ecco, noi dobbiamo andare là».
Passò un merci sui binari poco distanti di Lambrate e Francesco si fermò ancora. Aveva il fiato grosso. «E se poi papà si arrabbia?» disse quando il treno fu passato.
Non era ancora riuscito a convincerlo del tutto. «Se non glielo dici tu papà non lo saprà mai, no? E poi, scusa, ti ricordi o no quante botte gli hanno dato a quella povera bestia?»
Francesco, gli occhi spalancati, annuì.
«E vuoi che gliene diano ancora?»
Francesco fece segno di no con la testa.
«E allora non c’è altra soluzione, no?»
Francesco abbassò gli occhi.
«Sei d’accordo?»
Francesco sbadigliò. Non era abituato a fare così tardi. Poi, mormorò un «sì».
Renato gli accarezzò la testa. «Dai, ti prometto che tra una mezz’oretta siamo di nuovo nei nostri letti».
Si sistemò la bisaccia che portava a tracolla, con la mazzuola e lo scalpello che aveva preso dal magazzino dietro il negozio, e riprese a camminare nell’erba, sempre tenendo Francesco per mano. Per fargli coraggio iniziò a canticchiare una canzone che stava spopolando alla radio: «Penso che un sogno così non ritorni mai più…».
Francesco sorrise.
Quando arrivò al ritornello stavano di nuovo correndo nell’erba alta. «Volare, oh oh. Cantare, oh, oh, oh, oh». Anche Renato sorrideva, ma vedendo il tendone che si avvicinava gli tornarono alla mente le immagini di quella mattina.
Era festa e non c’era la scuola, così si erano potuti fermare a dormire da mamma e papà, dietro il negozio. Ormai succedeva di rado, giusto quando la merceria di mamma era chiusa.
La prima cosa che avevano voluto fare appena svegli era stata dare un’occhiata al circo che aveva alzato le tende sul pratone vicino alla ferrovia.
C’era un tendone colorato, e bandiere che svolazzavano nel cielo. Renato aveva riconosciuto quella italiana e quella dell’America, con tutte le stelline. Sulle altre aveva qualche dubbio. In alto, una scritta ritagliata nel compensato e contornata da lampadine intermittenti annunciava “Grande Circo Medini”. Da un altoparlante usciva una musica da banda, mentre una voce stentorea strillava le “eccezionali attrazioni” che si sarebbero potute ammirare durante lo spettacolo, le “belve feroci”, i “fenomenali acrobati”, gli “strepitosi clown”.
Grandi cartelloni dipinti a colori vivaci raffiguravano leoni dalla criniera fluente, che aprivano bocche enormi; giraffe altissime che passeggiavano con aria aristocratica nella giungla; scimmie che si dondolavano dagli alberi facendosi gran risate; elefanti imponenti che con la proboscide si spruzzavano l’acqua per farsi la doccia.
L’eccitazione era a mille. Renato non aveva mai visto vere belve feroci, nemmeno allo zoo, e non aveva certo intenzione di aspettare lo spettacolo. Così, con il fratellino si era messo a fare il giro del tendone ed era arrivato sul retro, dove, tra i camion, erano state sistemate le gabbie degli animali.
Tra inservienti che si muovevano indaffarati da una parte e dall’altra e curiosi di passaggio che avevano avuto la loro stessa idea, sembrava ci fosse più gente che bestie. Il tanfo di piscio ed escrementi era quasi insopportabile, la segatura sparpagliata ovunque non serviva a molto. Ma la vera delusione arrivò poco dopo, quando Francesco disse di avere visto il leone.
Corsero da quella parte, passando accanto a un recinto di capre, ma il re della giungla non sembrava avere proprio niente di regale né di feroce. Se ne stava stravaccato nella sua gabbia, con le zampe che gli penzolavano di fuori e la coda che ogni tanto si sollevava per scacciare qualche mosca. Le scimmie, poco più in là, restavano al coperto e uscivano solo quando qualche ragazzino gettava pezzi di pane nella gabbia. Barcollavano fuori con aria triste, prendevano il pane e sparivano di nuovo. E l’elefante, che sul manifesto sembrava gigantesco e maestoso, aveva l’aria dimessa ed era poco più grande del pony legato dentro un altro piccolo recinto. Di giraffe o coccodrilli nemmeno l’ombra.
Altro che belve feroci, erano ergastolani, ecco che cos’erano quegli animali. Condannati a vivere dietro le sbarre per il solo fatto di essere diversi. Diversi dalle galline, dalle mucche o dalle pecore. Ma era forse un crimine? Non c’era da stupirsi se dentro una gabbia anche il più esotico, il più feroce degli animali, con il tempo si trasformava in un peluche spelacchiato. Proprio come quelli che adesso avevano lì di fronte.
Renato, disgustato, stava già per trascinare via Francesco quando le urla attirarono la loro attenzione.
«Cretino!» strillava un tizio tutto rosso in viso e con i capelli impomatati. «Ma quanta carne gli hai dato? Non ti avevo forse detto che gli devi dare una bistecca alla volta? Una! Una sola alla volta! E tu gliene dai tre? Sei proprio un cretino!». Doveva essere il domatore.
Un ometto dalla pelle brunita annuiva a testa bassa, prendendosi senza fiatare gli insulti che l’altro gli scaricava addosso. Nella gabbia davanti a loro, una tigre smagrita azzannava le bistecche che teneva tra le zampe.
«Dai, adesso aiutami a riprenderle» disse il domatore. Si avvicinò alla gabbia con un forcone che infilò in una bistecca. Ma quando fece per tirarla via, la bestia allungò una zampa per trattenerla. Al che il domatore tirò fuori la frusta e iniziò a colpire la tigre sulla schiena. «Dai cretino! Dalle una bastonata sulla zampa, muoviti!»
L’ometto prese un bastone e cominciò a colpire la bestia per farle mollare la presa. La tigre ruggì per il dolore e ritirò la zampa ferita, lasciando che il domatore si prendesse la sua bistecca. La scena si ripetè ancora una volta per recuperare un altro pezzo di carne, mentre nuove mazzate finivano sul dorso dell’animale.
Renato non ci vide più. «Lasciala! Lasciala stare!» urlò.
«Ragazzino, vedi di girare largo» gli fece quel cornuto lanciandogli un’occhiataccia. Poi, tirò una frustata sul muso della belva, costringendola ad arretrare sul fondo della gabbia. Anche la seconda bistecca era stata recuperata.
Renato era rimasto a lungo a fissare la tigre che si leccava la zampa ferita e, in silenzio, le aveva fatto una promessa.
Quella che erano intenzionati a mantenere quella notte.
«Ecco, fermiamoci qui» disse Renato con il fiatone. Erano a una decina di metri dalle gabbie. C’erano poche luci accese, per il resto sembrava che dormissero tutti, uomini e animali.
Renato si sfilò la borsa da tracolla e tirò fuori la mazza e lo scalpello.
«Adesso mi raccomando, ci avviciniamo senza fare rumore».
Francesco, affannato per la corsa, annuì sveglissimo.
«Tu sollevi i paletti e apri i recinti dove ci sono le capre e il pony, mentre io mi occupo delle gabbie con le tigri e le altre bestie. Sei pronto?»
«Sì Renato!» disse il piccolo con coraggio.
«Allora andiamo» ed entrarono furtivi nel cerchio di luce
che lambiva le gabbie. Il circo stava per vivere un inatteso fuoriprogramma.
(continua...)
(Tratto da: Etica criminale. Fatti della banda Vallanzasca di Massimo Polidoro, Edizioni Piemme, 2007).

