A
caccia di misteri
Introduzione
al libro Gli enigmi della storia
L’esperienza
più bella che si possa vivere è il mistero.
E’ l’emozione fondamentale alla base della vera arte
e della vera scienza
Albert Einstein
Nel mio precedente libro dedicato ai misteri della storia proponevo
una "classificazione dei misteri". C’erano i misteri
del I° tipo, quelli che un tempo erano assolutamente incomprensibili
ma che ormai, grazie alla scienza, siamo riusciti a spiegare in tutte
le sue parti (fenomeni naturali come il movimento del Sole e della
Terra, la natura del fulmine, il funzionamento del corpo umano, la
struttura infinitesimale degli atomi...). Misteri del II° tipo,
quelli per i quali non abbiamo una spiegazione unica e definitiva;
possono essere state avanzate ipotesi per spiegarli, ma al momento
permangono dei punti oscuri: in ogni caso, è certo che per molti
di questi prima o poi ne sapremo di più e potremo risolverli,
trasformandoli dunque in misteri del I° tipo. Misteri del III° tipo,
poi, sono quelli per i quali non si è nemmeno sicuri che qualcosa
avvenga realmente; sono casi, cioè, in cui le testimonianze
o le prove della loro esistenza non sono sufficienti o abbastanza convincenti
(per esempio, il "poltergeist" o la "combustione umana
spontanea"). Infine, i misteri del IV° tipo, detti anche "misteri
del tipo zero" o non-misteri: l’unico mistero riguardo a
questi è che qualcuno possa avere pensato realmente che fossero
dei misteri!
Sono misteri del IV° tipo quelli, come il triangolo delle Bermuda
o la maledizione di Tutankhamon, inventati di sana pianta da qualche
burlone o, più spesso, da qualche autore desideroso di diventare
ricco sulla credulità altrui. Per spiegare com’è facile
inventare da zero un falso mistero, nel mio libro raccontavo la storia
della "maledizione" del Titanic, una raccolta incredibile
di strane coincidenze e fatti misteriosi che portavano inevitabilmente
a concludere che il Titanic fu una nave maledetta.
Si trattava naturalmente di un falso, la maledizione del Titanic
me l’ero inventata io, rifacendomi alle stesse tecniche usate dagli
imbonitori dell’occulto. A quel punto, invitavo anche i lettori
a inventare qualche mistero che sembrasse plausibile e a mandarmelo.
Con piacere, nei mesi seguenti ho ricevuto alcune divertenti proposte
ed è a una di queste che dedicheremo le prossime pagine.
Il "falso mistero" in questione è stato creato da
Sara Montanari di Cremona, laureata in geologia e appassionata di misteri
e antiche civiltà. "Avendo letto Grandi misteri della storia
di Massimo Polidoro", scrive Sara, "e cogliendo al volo la
proposta, formulata nel capitolo riguardante la "maledizione del
Titanic", di inventare una "plausibile" spiegazione
paranormale per spiegare fatti storici, ho elaborato quella che, a
mio parere, potrebbe venire definita come la "maledizione di Cleopatra".
Spero vi piaccia":
La maledizione di Cleopatra
di Sara Montanari
Quale figura femminile dell'antichità è più conosciuta
della drammaticamente celebre regina d'Egitto Cleopatra VII? Però forse
in pochi conoscono la maledizione che incombeva su di lei.
In realtà molte regine che hanno portato questo nome sono
protagoniste di tristi storie e di morti violente, ad esempio Cleopatra,
ultima
moglie di Filippo Il di Macedonia, che fu costretta a suicidarsi;
la figlia di Filippo II, anch'essa di nome Cleopatra, moglie del
sovrano
Tolomeo e fatta uccidere da Antigono Monoftalmo nel 308 a.C.; la
regina Cleopatra Thea che fu assassinata da suo figlio Antioco
VIII e infine
un'altra regina, Cleopatra Selene, fatta prigioniera e uccisa.
Di fronte a questi fatti già il nome della regina sarebbe motivo
d'inquietudine, ma la maledizione che colpì Cleopatra VII Filopatore
(69-31 a.C.) e, soprattutto, chi le era accanto, fu in un certo qual
modo causata dal comportamento stesso della regina, in effetti la maledizione
può essere spiegata considerando le azioni e i fini della
regina, che hanno portato su di lei l'ira degli dei e la loro punizione
sotto
forma, appunto, di maledizione.
Nel 51 a.C., alla morte del padre, Tolomeo XII Aulete, Cleopatra
salì al
trono insieme al fratello Tolomeo XIII, ma, fin dal primo anno di regno,
fece capire chiaramente al coreggente e ai sudditi che si riteneva
l'unica regnante d'Egitto, facendo incidere solo il suo ritratto sulle
monete con la scritta Kleopatras Basilisses, e infrangendo, così,
la tradizione tolemaica.
La sua sete di potere era talmente grande da indurla a guidare
addirittura l'esercito contro il Faraone, per mostrare in modo
ancor più inequivocabile
di chi fosse il reale potere in quel momento.
Cleopatra era una donna affascinante, se non bella, e molto
colta, ma tutte queste qualità erano poste al servizio della sua sfrenata
ambizione: riuscì ad affascinare due tra gli uomini più potenti
dell'epoca, ma il movente delle sue azioni era sempre l'ambizione,
nella presunzione di diventare, al fianco di Cesare, la regina dell'intero
mondo romano e in seguito, con Marco Antonio, della metà orientale
dell'Impero Romano.
La sua arroganza arrivò al punto da spingerla a farsi rappresentare
come una dea sia in Egitto, dove la cosa era piuttosto abituale, che
a Roma, dove una sua statua dorata fu collocata nel Foro Giulio, costruito
da Cesare, provocando l'indignazione della popolazione. Ma gli dei
non potevano permettere che tanta arroganza restasse impunita, infatti,
scatenarono contro la regina una maledizione che fece morire di morte
violenta tutti quelli che entravano in contatto con lei e che culminò con
il famoso suicidio della stessa Cleopatra.
Vediamo ora chi furono le vittime più illustri della maledizione
di Cleopatra.
Caio Giulio Cesare, amante e protettore politico della regina,
fu ucciso in Senato, com'è noto, nel 44 a.C. da una congiura.
Marco Antonio, anch'egli amante di Cleopatra e politicamente
suo sostenitore, si uccise nel 31 a.C., quando le sorti della
battaglia
di Azio, combattuta
contro Ottaviano, acerrimo nemico di Cleopatra, ormai erano
volte al peggio, con Antonio si suicidò anche un suo servo, Eros, a cui
era stato affidato il compito di uccidere il padrone in caso di necessità,
ma che, venuto il momento, preferì uccidere se stesso piuttosto
che il suo padrone.
Questi sono gli esempi più famosi di morti collegate con
la regina Cleopatra, ma certamente non gli unici.
Gneo Pompeo, triumviro con Cesare e Crasso, era un solido alleato
dell'Egitto di Tolomeo Aulete, padre di Cleopatra, e spesso
frequentava il palazzo
reale. Quando nel 48 a.C., dopo la battaglia di Farsalo tra
lui e Cesare, vinta da quest'ultimo, Pompeo si rifugiò in Egitto
in cerca di aiuto, ma vi fu assassinato da Tolomeo XIII, come prova
di amicizia
dei Tolomei verso il nuovo padrone di Roma, Cesare appunto.
Ma le morti non finiscono qui; infatti, anche i consiglieri
della coppia reale morirono di morte violenta: Potino, responsabile
dell'amministrazione e delle finanze del regno, e Achilla,
comandante
dell'esercito,
furono giustiziati, il primo da Cesare e il secondo da Arsinoe,
sorella
di
Cleopatra, mentre Teodoto, tutore di Tolomeo XIH, fu assassinato.
Anche i fratelli di Cleopatra non ebbero miglior fortuna: il
fratello maggiore, Tolomeo XIII, affogò nelle acque del Nilo; il fratello
minore, Tolomeo XIV, sparì misteriosamente nel 41 a.C.,
probabilmente vittima di qualche intrigo; la sorella, Arsinoe,
fu giustiziata dai
Romani dopo essere stata costretta a sfilare in catene per le vie
di Roma nel trionfo di Cesare nel 47 a.C.
Altre vittime della maledizione di Cleopatra furono indubbiamente
i suoi quattro figli: Tolomeo Cesare (Cesarione), il figlio
di Giulio Cesare, fu ucciso da un erníssario di Ottaviano nel 31 a.C.,
stessa sorte toccò ai figli di Cleopatra e Antonio: i gemelli
Alessandro Elio e Cleopatra Selene e al fratello Tolomeo Filadelfo.
A causa dell'ambizione sfrenata di una regina, Cleopatra VII
Filopatore, che attirò su di sé l'ira degli dei e la loro maledizione,
così tante persone persero la vita.
Raccontando gli avvenimenti in questo modo qualcuno potrebbe
effettivamente credere che una "maledizione" perseguitasse la regina d'Egitto,
ma nella realtà le cose si svolsero in modo un po' diverso.
Cleopatra non fu l'unica regina egiziana a governare da sola,
l'esempio più noto di donne-Faraone è quello della regina Hatshepsut
e, considerando che, al momento di salire al trono come Faraone,
Tolomeo XIII aveva solo dieci anni, era abbastanza comprensibile
che la regina
non lo considerasse un vero coreggente. Cleopatra fu senz'altro
una donna ambiziosa, ma, in tempi difficili come quelli in cui
visse, dovette
cercare tutti i modi possibili per sopravvivere.
La rappresentazione dei regnanti come divinità era una pratica
molto comune da millenni nell Antico Egitto e non infastidiva né déi
né uomini; la sistemazione di una statua di Cleopatra nel Foro
Giulio, piuttosto, diede certamente molto fastidio ai romani, che la
videro come un nuovo affronto della regina venuta dall'Oriente, ma
non per questo dovette dispiacere agli déi.
Passando a esaminare le "vittime" della maledizione, si potrebbe
subito notare che Pompeo fu sì un alleato di Tolomeo Aulete,
ma non ci sono prove che sia stato un amico di Cleopatra e quindi
non sarebbe spiegato il motivo per cui una maledizione che coinvolgesse
la regina avrebbe dovuto colpire anche lui.
Potino, Achilla e Teodoto erano consiglieri di Tolomeo ed erano,
in realtà, nemici della regina, quindi la loro morte non
fu certo un ostacolo per il potere di Cleopatra, inoltre solo i
primi due morirono
veramente di morte violenta.
Il fratello minore di Cleopatra, Tolomeo XIV, non fu assassinato,
com'è lasciato
intendere dalla mia storia, ma fu sempre di salute cagionevole e morì per
una malattia polmonare. Arsinoe, anch'essa un'avversaria politica
di Cleopatra, non fu giustiziata dai romani dopo il trionfo di
Cesare,
ma anni dopo dalla stessa Cleopatra. Anche in questo caso una presunta
morte a causa della maledizione sarebbe stata un vantaggio per
la regina.
Per concludere dei quattro figli di Cleopatra solo Cesarione
fu ucciso da Ottaviano, mentre gli altri tre (i figli di Antonio)
furono portati
a Roma e, dopo essere stati esibiti nel trionfo celebrato da
Ottaviano,
furono allevati da Ottavia, sorella di Ottaviano e moglie legittima
di Antonio, e fatti sposare in paesi orientali.
Alla luce di quanto sopra detto sembra che le prove reali della "maledizione" di
Cleopatra siano davvero inconsistenti.
Nel ringraziare Sara per il suo interessante contributo, rinnovo
l’invito
anche ai lettori di questo volume a mandarmi i loro "non-misteri" a
questo indirizzo: Massimo Polidoro c/o CICAP - C.P. 847, 35100
Padova, e-mail: info@cicap.org.
Tra coloro che si sono divertiti a inventare falsi misteri,
poi, c’è anche
Mariano Tomatis, uno degli autori che hanno contribuito con le
loro ricerche a questo libro.
Per il precedente Grandi misteri della storia avevo chiesto
al mio caro amico Luigi Garlaschelli di raccontare la storia
della
Sindone.
Lo avevo chiesto a lui perché aveva condotto diverse indagini
sulla storia del famoso lenzuolo ed era giunto anche a interessanti
conclusioni poi raccolte in un suo libro, intitolato Processo
alla Sindone (Avverbi, 1998). Anche questa volta ho voluto chiedere ad alcuni
amici di raccontare ai lettori qualcuna delle indagini da loro condotte
nel campo dei misteri storici. Leggerete così un nuovo intervento
di Garlaschelli, questa volta in coppia con Maurizio Calì, sull’unica
vera spada nella roccia esistente al mondo, quella di San Galgano,
vicino a Siena, da loro studiata direttamente; un capitolo a firma
di Andrea Albini su Giovanna D’Arco, argomento su cui Andrea
sta per pubblicare un libro, e un altro capitolo, a firma di Diego
Cuoghi, sulla famosa mappa di Piri Re’is, su cui Diego ha
realizzato una dettagliatissima verifica iconografica.
Un altro amico, Mariano Tomatis per l’appunto, informatico di
professione e profondo studioso del mondo dell’occulto, oltre
che abilissimo prestigiatore e consigliere del Gruppo Piemonte del
CICAP, ha contribuito ben tre capitoli: uno sul Santo Graal, argomento
che Mariano padroneggia da diversi anni, uno sul "Pozzo del denaro" dell’Isola
di Oak e uno sul più famoso sensitivo italiano, Gustavo Rol,
su cui Mariano ha anche pubblicato un libro: ROL. Realtà o
Leggenda? (Avverbi, 2003).
Come dicevo, Mariano è anche autore di un falso mistero che
ha avuto divertenti conseguenze tra chi quel non-mistero l’aveva
preso sul serio. Lascio dunque che sia Mariano stesso a raccontare
questa storia interessante e istruttiva al tempo stesso:
Sulle (false) tracce di Atlantide
di Mariano Tomatis
Da alcuni anni a questa parte le librerie si sono riempite
di libri dedicati a una branca "non ufficiale" dell’archeologia:
la cosiddetta archeologia eterodossa. In questo filone si inseriscono
tutti gli pseudosaggi dedicati ai misteri astronomici dell’antico
Egitto e alle civiltà precolombiane, al continente perduto
di Atlantide e ai Cavalieri Templari.
Il mercato intorno a queste tematiche è molto fiorente, nonostante
(o forse grazie a) le discutibilissime ipotesi avanzate e i metodi
non troppo rigorosi utilizzati dagli autori. Si nota, inoltre, in questi
scritti una curiosa forma di solidarietà tra "studiosi",
i quali si citano a vicenda, ognuno portando a riprova delle proprie
affermazioni quelle dell’altro (facendo, così, perdere
ogni fondamento solido a questo Strano Anello); dando un sostegno alla
validità del sillogismo che Eco così riassume nel suo
Pendolo di Foucault: "si confermano tra loro, dunque sono veri".
Convinto che bastasse qualche settimana di superficiale
studio per avvicinarmi ai risultati degli autori di bestsellers,
nell’estate
del 1997 mi procurai un libro dal taglio esoterico sul continente perduto
di Atlantide, una biografia di Cristoforo Colombo, un breve trattato
divulgativo sulla navigazione del XV secolo e un numero del fumetto
di Martin Mystere. Saccheggiai da quest’ultima pubblicazione
il testo di una lunga lettera (abilmente scritta dall’autore
della serie, Alfredo Castelli) che attribuii a un frate sbarcato nel
Nuovo Continente quasi un secolo prima di Colombo. In un manoscritto
di circa duecentomila battute, che dissi d’aver rinvenuto nella
città di Venezia, raccontai in prima persona (come fosse lui
a narrarle) le vicende di padre Armand de Châteauroux (ribattezzato
Armanio da Castellon de la Plana), un cistercense francese che si era
imbattuto nella lettera citata in precedenza, e che - proprio partendo
da essa - era riuscito, dopo una lunga serie di ricerche, a sbarcare
nelle Americhe al seguito del secondo viaggio di Colombo e a farsi
condurre da alcuni indigeni presso un’isola sotto la quale riposava
l’isola di Atlantide. Non mi dilungherò nei particolari
della trama; desidero, invece, porre in risalto gli elementi che contribuirono
al convincimento da parte di molti dell’attendibilità delle
affermazioni contenute nel manoscritto.
1) la cronologia presentata era molto rigorosa, come
nei migliori romanzi storici: le vicende di padre Armanio
erano
state modellate
sulla vera
biografia di Colombo, e in particolare, mi trovai a sfruttare
a mio vantaggio tutte le zone d’ombra della vita del navigatore
genovese;
2) il manoscritto conteneva vistosi errori storico-geografici:
come nel caso delle profezie fatte a posteriori conviene
commettere qualche
piccolo errore, così nelle pagine da me scritte si trovavano
diverse note a pié pagina, contenenti rettifiche del testo di
padre Armanio. Questa "intrusione" da parte dell’editore
nel testo originale viene facilmente presa sul serio;
3) c’erano i Templari; per qualche strana alchimia, quando
compaiono i Cavalieri del Tempio, ogni testo - per quanto assurdo
- si tinge
di verosimiglianza agli occhi dei misteriofili;
4) non avevo aggiunto nulla alla descrizione della città di
Atlantide che non fosse riscontrabile sui classici testi di Platone,
Plutarco, Plinio, ecc...
5) il testo era preceduto da una presentazione un po’ timorosa,
del tipo: "sono al corrente dei rischi che corro presentando questo
manoscritto come autentico, ma ancor più proponendo un’ulteriore
testimonianza dell’esistenza di una terra il cui nome suscita
ancora l’ilarità da parte degli studiosi della cosiddetta
Storia Ufficiale". Ponendomi in questa posizione di fronte al
lettore era per me più facile suscitare la sua fiducia e
il suo appoggio nelle considerazioni successive;
6) il testo era seguito da una conclusione che citava
(inserendosi così in quello Strano Anello citato prima) i testi di Graham
Hancock, Rand e Rose Flem-Ath, Colin Wilson, un articolo letto
su Televideo riguardante una futura spedizione in Bolivia alla
ricerca di Atlantide
e - il colpo finale - un trafiletto preso da La Stampa nella quale
si segnalava il ritrovamento sul fondo della laguna di Venezia
di un cimitero di navi medioevali: da qui avrei fatto provenire
il mio manoscritto!
7) la conclusione del manoscritto è la spiegazione di un mistero
che, secondo molti, sarebbe ancora irrisolto: il significato della
bizzarra firma di Cristoforo Colombo. Sostenevo che in essa si trovasse
la cartina per raggiungere Atlantide. La tecnica che ho utilizzato
per rendere verosimile questa assurdità è stata quello
di posporre la risoluzione del mistero e di presentarlo a sorpresa.
Se dall’inizio avessi introdotto la firma e solo in seguito
ne avessi studiato i particolari, il procedimento si sarebbe rivelato
sospetto, in quanto sarebbe parso che io volessi forzatamente giustificare
ogni stranezza nella firma e condurre il senso della mia interpretazione
verso una meta prestabilita. Ho invece descritto tutta la ricerca
e
il ritrovamento di Atlantide preparando la spiegazione finale,
e solo alla fine, distrattamente, ho finto di accorgermi del fatto
che la
firma nascondesse quella cartina.
Riporto solo alcuni spezzoni dei vari commenti ricevuti
in seguito alla pubblicazione sul Web del manoscritto:
- "Caro Mariano, in Sulle tracce di Atlantide riporti un manoscritto
che è sensazionale! Mi potresti spiegare in modo più dettagliato
come sei riuscito ad avere il testo del manoscritto?"
- "Egregio signor Tomatis, ho da poco trovato e letto la lettera
di Armand de Châteauroux da Lei tradotta e messa a disposizione
sulla rete. Nel ringraziarla per questo, mi sembra quasi superfluo
notare le enormi implicazioni contenute in essa (naturalmente se autentica).
A questo proposito avrei il piacere di chiederle due cose: la prima
concerne le sue impressioni sulla autenticità del documento,
non dal punto di vista storico o archeologico, ma dal punto di vista
del manufatto e delle circostanze del suo rinvenimento. In questo momento
sul newsgroup it.discussioni.misteri si sta un po' trattando il tema
di Atlantide. Io avrei piacere di poter segnalare la sua traduzione
del manoscritto, ma conscio di possibili ripercussioni da Lei altresì citate
nella prefazione, desidererei prima sentire il suo parere".
- "Visto che il documento l’ho scaricato (ed è di
una trentina di pagine!), ci terrei, Tomatis, se ci dicesse "quanto" è falso".
E, in seguito alla mia confessione:
- "Però bisogna ammettere che l'amico Mariano ha fatto
un gran bel lavoro: tutti i riferimenti che vi si trovano sono verosimili".
- "Il racconto di Mariano (come ho specificato in una lettera
scritta allo stesso) è veramente notevole. Devo confessare che
avevo quasi creduto all'autenticità del manoscritto, anche se
avevo notato alcune stranezze".
- "La lettera di Padre Armand de Chateauroux rappresenta per me
una novità, infatti non ne avevo mai sentito parlare; ignoravo
poi che esistesse qualcuno che asseriva addirittura di aver visto di
persona le rovine di una città di Atlantide".
Quest’ultimo lettore affermava in seguito di aver eseguito delle
ricerche su un atlante e di aver constatato l’assenza di isole "ad
una settimana di navigazione a SW di Monserrat", il che l’aveva
reso un po’ sospetto (per quanto aggiungesse "o almeno non
mi pare che ce ne siano"). La sua lettera si concludeva con un
invito a scambiare due chiacchiere su "un argomento così inviso
alla scienza ufficiale"...
Nella mia lettera confessione rivelai alcuni trucchi
utilizzati per scrivere il racconto, né nascosi il fatto che il nome spagnolo
del frate, Armanio, fosse anagramma del mio e che l’ingegnere
veneto che mi aveva ceduto il manoscritto "originale" si
chiamava I. Tommaso Traian, ancora un anagramma di Mariano Tomatis.
Occhio, dunque, ai nomi che incontrerete. Che cosa potrebbe nascondere,
ad esempio, un misterioso Mario Mossi detto "Poldo", direttore
di una rivista dal titolo "Spalancare zero anime"?
Complimenti dunque a Mariano per il suo eccellente lavoro
di "mistificazione
demistificatoria". Nel suo intervento Mariano ha fatto un elenco
degli strategemmi usati dagli pseudo-cultori di misteri per rendere
credibili le proprie farneticazioni. Sono istruzioni che chiunque vorrà inventare
un falso mistero e poi mandarmelo potrà seguire quasi alla
lettera.
Proviamo a immaginare, però, cosa sarebbe successo se Mariano
avesse pubblicato il suo testo in un libro che fosse magari poi diventato
un bestseller. Chissà, magari Mariano ci avrebbe preso gusto,
avrebbe cominciato ad apprezzare le mille attenzioni che gli sarebbero
arrivate dai mass media e dai lettori e magari avrebbero cominciato
a fargli comodo i corposi assegni dei diritti d’autore. Insomma,
se al posto di Mariano ci fosse stata una persona meno seria, probabilmente
oggi ci ritroveremmo con un non-mistero in più da indagare.
L’enigma di Stonehenge
Se nel mio precedente libro i misteri del IV tipo abbondavano,
questa volta, pur non mancando esempi clamorosi di
non-misteri, ho preferito
allargare lo spazio dedicato ai misteri del II tipo,
quelli su cui restano ancora (e forse resteranno
per sempre) molti
punti
irrisolti.
Il XX secolo ha visto la più grande quantità di misteri
risolti rispetto a qualunque altra epoca storica. L’uomo è riuscito
a trovare risposte negli ultimi 100 anni per enigmi che, un tempo,
sembravano inevitabilmente consegnati all’ignoto. L’esempio
tipico è rappresentato dal lato oscuro della Luna, da sempre
visto come vero e proprio simbolo dell’inconoscibile. Ormai,
non solo è stato completamente cartografato ma ci sono addirittura
stati uomini che hanno osservato le sue pianure e i suoi crateri
a occhio nudo.
Eppure, ancora oggi persistono misteri su cui sappiamo
davvero poco. In questi casi, nel corso dei secoli,
qualcosa siamo
riusciti a scoprirla
ma tanto resta ancora da capire e, forse, non riusciremo
mai a sapere tutto.
E’ il caso, per esempio, di Stonehenge, uno dei luoghi più misteriosi
del globo. Si tratta di una serie di grosse pietre disposte in modo
insolito sull’erbosa piana di Salisbury, nell’Inghilterra
meridionale...
(questa parte dell’introduzione è stata tagliata su
richiesta dell’editore)
...Come
Stonehenge, anche altri misteri del II tipo sono probabilmente destinati
a restare tali
per sempre.
Mi
riferisco, per esempio,
a certi episodi storici su cui non si può più sapere nulla perché documenti
importanti che potevano illuminarli sono andati perduti o distrutti.
In tutti questi casi è molto difficile
riuscire a sapere come andarono veramente le
cose, a meno che qualcuno non inventi
una macchina
per viaggiare a ritroso nel tempo...
Viaggi nel tempo
Che idea, una macchina del tempo! Sarebbe fantastico
poter vedere i dinosauri in azione, oppure
essere testimoni dello
sbarco di
Colombo a San Salvador, o poter incontrare
Leonardo Da Vinci o anche più modestamente,
concedetemelo, poter assistere a un’esibizione
del mago Houdini o a un concerto dei Beatles...
Gli autori di fantascienza hanno trovato tante
soluzioni, più o
meno plausibili, per riuscire a viaggiare nel tempo, dalla Macchina
del tempo di Herbert G. Wells a Contact di Carl Sagan o Timeline di
Michael Crichton. In campo scientifico, invece, la discussione è ancora
ferma agli aspetti teorici e ai tentativi di risolvere il cosiddetto "paradosso
del nonno". Nella versione convenzionale del paradosso, un viaggiatore
va all’indietro e uccide il proprio nonno da bambino, cosicché il
viaggiatore non potrebbe mai essere nato, nel qual caso il nonno non
verrebbe mai ucciso e così via.
Chissà, forse un giorno la scienza riuscirà a risolvere
tutti i problemi teorici e pratici che al momento si frappongono tra
noi e il mondo del passato (e del futuro), ma di sicuro c’è ancora
molta strada da fare.
Eppure, qualche anno fa sembrò che un prete italiano fosse davvero
riuscito non proprio a viaggiare nel passato ma, quantomeno, a vederlo.
E’ questo il primo mistero storico di cui vi vorrei raccontare.
A voi decidere a quale "tipo" appartenga...
Il Cronovisore
Marco Tullio Cicerone, il grande politico,
oratore e filosofo romano, tiene un discorso
al Senato
nel 63 a.C.
e un osservatore
rileva: "I
suoi gesti, la sua intonazione... com’erano
potenti. E che fantastica oratoria!"
A fare questi commenti, però, non è un contemporaneo
di Cicerone, bensì Padre Pellegrino Ernetti, un monaco benedettino
nato nel 1925 e scomparso nel 1992. A rigor di logica, simili apprezzamenti
sul portamento e sullo stile di un oratore sarebbero possibili solo
osservando costui in azione: ed è esattamente
quanto sostiene di avere fatto padre Ernetti.
Non solo, il monaco avrebbe anche
assistito a un discorso di Napoleone, a una tragedia
latina del 169 d.C., e,
addirittura, alla passione di Cristo sulla croce.
Un visionario mistico? Niente affatto, padre
Ernetti era un musicista, un celebrato storico
di musica
arcaica al
Conservatorio di Stato
Benedetto Marcello di Venezia, un filosofo,
un laureato in fisica quantistica
e un appassionato di elettronica. Fu proprio
grazie a queste sue passioni scientifiche
che sarebbe
riuscito a costruire,
negli anni ‘50
del secolo scorso, il "Cronovisore", una vera e propria macchina
del tempo! A differenza di quella romanzesca di H. G. Wells, però,
la sua non trasportava le persone avanti e indietro nel tempo ma sembra
permettesse "solo" di vedere nel passato
eventi storici nel momento esatto in cui si svolgevano,
come in una sorta di incredibile
televisore tridimensionale.
Padre Ernetti, che nell’ambito della chiesa era anche un esorcista
di fama, sosteneva che il Cronovisore era il risultato di molti anni
di studio condotto insieme a un gruppo di 12 grandi scienziati che,
però, preferivano restare anonimi. Gli unici di cui lasciò trapelare
il nome erano Enrico Fermi e Werner von Braun, l’inventore
della V2.
"Volevamo per prima cosa verificare che quello che vedevamo fosse autentico" raccontò Ernetti
a un teologo francese, padre François
Brune. "Così iniziammo
con una scena abbastanza recente, della quale
avevamo buoni documenti visivi e sonori.
Regolammo l’apparecchio su Mussolini
che pronunciava uno dei suoi discorsi. Poi
risalimmo nel tempo, captando Napoleone
(se ho ben compreso quello che diceva, era
il discorso con il quale annunciava l’abolizione
della Serenissima Repubblica di Venezia per
proclamare una Repubblica Italiana). Successivamente
andammo nell’antichità romana.
Una scena del mercato ortofrutticolo di Traiano,
un discorso di Cicerone, uno dei più celebri,
la prima Catilinaria. Abbiamo visto e ascoltato
il famoso: "Quousque tandem Catilina".
Poco tempo dopo, continuava Ernetti, fu possibile
assistere a una tragedia latina andata perduta,
il "Thyestes", di Quinto Ennio, uno
dei padri della poesia romana. Il monaco trascrisse la tragedia sostenendo
di avere così restituito al mondo un tesoro perduto e di avere
quindi dimostrato l’efficacia della sua
meravigliosa invenzione.
Ma come era nata questa invenzione? Ernetti
si mostrava reticente a parlare e a fornire
dettagli,
diceva
che la scoperta era
avvenuta per
caso. Sembra che, all’epoca in cui lavorava con padre Agostino
Gemelli, il fondatore dell’Università Cattolica di Milano,
ebbe qualche esperienza di psicofonia. Questa pratica, di moda presso
certi gruppi di spiritisti, sembra offrire la possibilità di
registrare su nastro le voci degli spiriti dell’aldilà.
Ernetti si convinse così di avere captato la voce del padre
di Gemelli e immaginò che allo stesso
modo si potessero captare le immagini di eventi
del passato.
"In realtà", spiega Marco Morocutti, progettista elettronico
e membro del Gruppo Sperimentazioni del CICAP, "tutte
le verifiche fatte sulla psicofonia dimostrano
che le voci registrate sono di solito
interferenze radio di vario tipo captate dal
registratore. Spesso, si tratta solo di rumori
indistinti, ma la forte motivazione di chi
pratica la psicofonia, e il desiderio di credere
che chi non c’è più ci
possa ancora parlarci, è sufficiente a
farvi riconoscere tracce di una comunicazione
intenzionale".
La foto di Cristo
Quando gli si chiedeva di spiegare come funzionasse
il misterioso Cronovisore, Ernetti sapeva essere
anche più enigmatico. "L’intera
elaborazione si basa su un principio di fisica accettato da tutti",
disse in un’intervista alla Domenica del Corriere, "secondo
il quale le onde sonore e visive, una volta emesse, non si distruggono
ma si trasformano e restano eterne e onnipotenti, quindi possono essere
ricostruite come ogni energia, in quanto esse stesse energia".
Era una spiegazione che non spiegava nulla, ma contribuiva indubbiamente
a creare molta curiosità e attesa intorno
a padre Ernetti.
Restava però il fatto che nessuno avesse mai visto questa macchina
e che l’unica prova della sua esistenza
fossero solamente le parole del monaco.
Fu forse per questo che, sullo stesso numero
della Domenica del Corriere, Ernetti acconsentì che fosse pubblicata una fotografia che lui
disse ottenuta con il Cronovisore: l’immagine
ritraeva il volto di Cristo in agonia sulla croce.
"Vidi tutto" raccontò Ernetti all’amico Brune. "L’agonia
nel giardino, il tradimento di Giuda, il processo...
il calvario".
Ernetti sosteneva di avere addirittura filmato
con una telecamera l’intera
sequenza, ma l’unica prova che emerse
fu quella foto.
Passarono pochi mesi, tuttavia, e l’enigma venne svelato: sul
Giornale dei misteri dell’agosto 1972 fu pubblicata la lettera
di un lettore e una fotografia. La foto, acquistata per 100 lire al
Santuario dell’Amore Misericordioso di
Collevalenza, vicino a Perugia, mostrava un primo
piano di una scultura in legno del
Cristo
sulla croce: il volto era uguale a quello della
foto di Ernetti. Lo stesso padre Brune fu costretto
ad ammettere che le due foto
erano
identiche.
Forse a causa dello scandalo suscitato, padre
Ernetti fu invitato dai suoi superiori a evitare
di alimentare
ulteriori
polemiche.
A padre
Brune, che gli chiese conto dell’evidente inganno, Ernetti rispose
che lo scultore che aveva realizzato il crocefisso era stato ispirato
da una monaca spagnola che, in una visione, aveva visto la crocefissione
di Cristo. Per questo, sosteneva, il volto del crocefisso e quello
da lui fotografato con il cronovisore si somigliavano tanto: entrambi
ritraevano il vero volto di Gesù! Ma le
foto erano identiche anche nelle ombre e nei
riflessi di luce, segno che non era tanto
lo stesso volto a essere stato fotografato, ma
la stessa foto a essere
stata riprodotta.
Una confessione?
Del misterioso cronovisore non esiste nessuna traccia,
lo stesso Ernetti sosteneva che era stato quasi
subito smontato
e i suoi
pezzi dispersi
per evitare che una simile macchina cadesse
in mano a potenze malintenzionate.
Cosa concludere quindi su una vicenda molto
suggestiva e affascinante ma totalmente priva
di qualunque
riscontro concreto?
"E’ vero, non esistono testimoni attendibili circa quanto affermava
Ernetti" riconosce Peter Krassa, autore
di un recente volume sulla vicenda. "Nessuno
ha mai visto il cronovisore, nemmeno Brune
che gli era molto vicino. Inoltre, Ernetti
non disse mai chi erano gli
scienziati che lavorarono con lui. Le uniche
eccezioni erano Fermi e Von Braun che però erano
già morti al momento del suo
annuncio".
Oltre alla fotografia, dimostratasi un falso,
anche l’unica altra
prova che il cronovisore sia esistito, la trascrizione del "Thyestes",
la tragedia perduta di Quinto Ennio, a un esame più attento
si è rivelata inconsistente. Katherine Owen Eldred, una classicista
dell’Università di Princeton e una delle massime esperte
del "Thyestes", spiega che il testo di Ernetti è molto
breve e include quasi tutti i frammenti della tragedia che erano già noti: "Le
parti "nuove", per quanto dimostrino che l’autore aveva
una buona conoscenza del latino antico, non possono considerarsi auentiche
poiché contengono numerose parole che sarebbero entrate nel
linguaggio latino solo 250 anni dopo che Ennio scrisse la sua tragedia".
Infine, come in ogni buon giallo pieno di complotti
e rivelazioni inaspettate, è arrivata
anche la confessione: nel suo libro, infatti, Krassa riporta la lettera
di un non meglio identificato nipote di Ernetti che avrebbe raccolto
le ultime volontà del monaco sul suo letto di morte. Era vero,
Ernetti aveva mentito, la foto di Cristo era falsa e il Thyestes l’aveva
scritto lui, ma l’aveva fatto perché sperava di riuscire
un giorno a trasformare il Cronovisore in realtà.
Vittima di una fede mal riposta, convinto forse
che una pia frode avrebbe aiutato la diffusione
del cristianesimo,
oppure
prigioniero
per tutta
la vita di una menzogna iniziata per gioco?
Non potremo mai saperlo... almeno finché qualcuno non inventerà per
davvero una macchina del tempo che ci permetta
di tornare da padre Ernetti
a chiederglielo
di persona.
Massimo Polidoro
(Introduzione
de Gli enigmi della storia)
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