La scienza rende felici?

Massimo Polidoro ha collaborato a lungo con la rivista online di Umberto Eco "Golem l'indispensabile" finché l'editore ha deciso di chiuderla per motivi non meglio precisati (la rivista comunque è tornata online qui). L'intervento che segue è l'ultimo pubblicato da Massimo nella sua rubrica "Lo scettico e lo stregone".

 

Rilevo con piacere che il mio precedente intervento su queste pagine ha suscitato un discreto interesse tra i lettori che, numerosi, hanno scritto per esprimere accordo o disaccordo con quanto scritto. Tra i molti messaggi ho scelto questo, perché mi permette di introdurre un tema particolarmente interessante:


Caro Massimo,
le sue parole risplendono di una luce forte e cristallina... ma non filtreranno mai attraverso le palpebre chiuse! Secondo me la gente crede ancora in queste sciocchezze perché il mondo della scienza e della tecnologia, come lei dice, non da né sicurezza né felicità... sarà davvero la scienza la strada verso la felicità? Chi va dal mago non va per farsi dire il futuro, ci va per farsi dire quello che già vuole sentirsi dire: tante belle cose!
L'inganno non è del mago, ma del suo "cliente", che inganna se stesso.
Non mi dilungo oltre... l'unica cosa certa è che questo è un mondo triste!
Paolo Coretti

Ringrazio Paolo per le osservazioni e per i complimenti anche troppo gentili e, pur conscio dei miei limiti, cercherò di dare una risposta al quesito che solleva: siamo sicuri che la scienza renda felici? Di fare un gran bene disilludendo chi trova sicurezza e felicità nelle superstizioni o nelle credenze più assurde?


È questo un problema antico quanto la scienza; già Erasmo da Rotterdam, nel suo Elogio della follia , scriveva ironicamente:


"Le cognizioni scientifiche non soltanto non contribuiscono a quella felicità per condurre alla quale si dice siano sorte, ma anzi l'ostacolano, tanto che, come si legge in Platone, un prudente monarca biasimò con eleganza l'invenzione dell'alfabeto. Così le scienze, insieme con tutte le altre calamità della vita, si diffusero largamente per merito di quegli stessi esseri che furono anche la causa di tutti gli altri flagelli dell'umanità" (vale a dire: i sapienti).

La conoscenza, in altre parole, genera incertezza: più cose sappiamo e più ci rendiamo conto di sapere veramente poco. Una volta, si credeva che la terra si trovasse al centro dell'universo e che la volta celeste vi ruotasse intorno. Lo affermò Aristotele per primo, oltre trecento anni prima di Cristo, e si continuò a crederlo vero per quasi duemila anni. Finché Galileo, con il suo telescopio, dimostrò che la terra non era affatto il centro del cosmo: con il tempo, poi, man mano che miglioravano gli strumenti tecnici, le dimensioni dello spazio si allargarono enormemente, facendoci comprendere quanto insignificantemente piccola sia la terra. Un brutto colpo per chi riteneva gli uomini gli esseri eletti da Dio, ma un grande passo avanti nella conoscenza per chi voleva capire e conoscere.


Il prezzo della verità è forse troppo alto, allora? Forse sarebbe meglio chiudersi occhi e orecchie e continuare a illudersi... Siamo davvero sicuri che così saremmo più felici?
Proprio su questo punto, qualche tempo fa un altro lettore mi aveva scritto:


Vorrei dirle una cosa che molti ricercatori del "tangibile" ancora non hanno capito. Moltissime persone che credono nel paranormale, "vogliono credere" al paranormale. Al pari dell'oroscopo letto alla mattina che simpaticamente "predice" la giornata.
Quello che le voglio dire è che con tutta probabilità il paranormale non esiste, ma sono uno di quelli a cui "piace crederci" come alle fate i bambini. Che male c'è? Non è un passatempo come il calcio (che detesto)?
Nessuno proverà che il paranormale esiste (non ci sono mai state prove certe) o che non esiste (smontare le prove suddette tende a non fornire una verità assoluta, ma presunta).
Il fantastico ha contribuito a farmi diventare una persona adulta e razionale al pari della chimica e della fisica.
Quindi, lasciamo che le persone siano libere di credere o non credere. Non importa in cosa o se sia "vero", basta che ognuno creda in qualcosa che gli piace.

Scrissi al lettore che ero pienamente d'accordo con lui e con chiunque la pensasse come lui. Fino a un certo punto, però. Ognuno deve essere libero di credere a ciò che preferisce e a ciò che lo fa sentire meglio: non c'è assolutamente niente di male. La mia amica e preziosa collega del CICAP, Paola De Gobbi, mi raccontava di come un suo conoscente fosse convinto di avere visto sua nonna, la sera stessa in cui era morta, andargli a fare un'ultima visita per essere sicura che lui stesse bene. Ammetteva che poteva essere stata solo un'allucinazione o un sogno, ma crederci lo aveva aiutato a superare il lutto. L'unica cosa che Paola si era sentita di dirgli è la stessa che gli avrei detto anch'io, e cioè quanto è stato fortunato nell'avere avuto quella sensazione, e quanto fosse importante che continuasse a tenersela cara.


Anche a me il fantastico ha aiutato a crescere e a diventare una persona adulta e razionale. Vedere da bambino film come Guerre Stellari o leggere fumetti come L'uomo ragno, Hulk oI Fantastici Quattro , con tutte quelle creature e quelle persone strane e bizzarre, mi ha aiutato a formare il mio senso di tolleranza, comprensione e rispetto per chi non è uguale a me. I romanzi di Stephen King, hanno sempre, tra le righe, messaggi etici e morali: un libro come Il miglio verde , per esempio, condanna un crimine orrendo come la pena di morte e suggerisce l'importanza di non fermarsi alle apparenze e induce, invece, a cercare di capire i comportamenti umani. Per non parlare, poi, delle lezioni di solidarietà, amicizia e rispetto per il prossimo che il mio amico Tiziano Sclavi riesce a trasmettere attraverso i suoi romanzi e le avventure paranormali e incredibili dell'eroe che ha creato, Dylan Dog.


Le cose, però, cambiano, e molto, quando dal voler credere si passa al voler far credere ad altri quello che si vuole. O quando dal divertirsi con il fantastico si passa allo scambiare il fantastico per la realtà: importa eccome cosa è vero e cosa non lo è, e anche cosa è al confine tra le due possibilità.


Essere "liberi" di credere significa anche sapere bene a cosa si va incontro. Io sono libero di scegliere solo quando ho davanti a me tutti gli elementi per capire, per prendere una decisione: altrimenti le scelte mi vengono imposte da altri, e, spesso, questi altri hanno motivazioni personali per farmi credere ciò che vogliono. Motivi che forse potrei condividere, se li conoscessi, ma che potrei anche considerare sbagliati. Poniamo che a me piaccia credere che i guaritori possono veramente curare ogni malattia solo imponendo le mani. Poi qualcuno mi mostra come, in realtà, nessuno sia mai veramente guarito grazie all'intervento di un guaritore e come, anzi, molti di questi personaggi si servano di trucchi per simulare, per esempio, le famose "operazioni chirurgiche a mani nude", come i guaritori filippini. A quel punto posso naturalmente decidere di rivolgermi ugualmente a un guaritore filippino per curarmi. Oppure, posso scegliere di affidarmi a chi può offrirmi cure che abbiano dimostrato di avere reali possibilità di cura.


Per fare una scelta, insomma, devo sapere esattamente quali sono i pro e i contro, ho diritto a conoscere tutte le opinioni in merito e devo poter distinguere tra queste e i dati di fatto. Solo così sono davvero libero di scegliere.


La scoperta che l'universo ha tra gli otto e i quindici miliardi di anni, scriveva Carl Sagan nel suo meraviglioso "Il mondo infestato dai demoni", anziché fra seimila e dodicimila come sostengono alcuni fondamentalisti cristiani, migliora il nostro apprezzamento della sua estensione e grandiosità. Credere che noi siamo una disposizione particolarmente complessa di atomi, e non un alito della divinità aumenta quanto meno il nostro rispetto per gli atomi; scoprire, come oggi sembra probabile, che il nostro pianeta è uno fra i miliardi di altri mondi nella Galassia della Via Lattea e che la nostra galassia è una fra miliardi di altre, espande maestosamente l'ambito del possibile; trovare che abbiamo progenitori comuni con le grandi scimmie antropomorfe ci lega agli altri viventi e rende possibili riflessioni importanti, anche se a volte dolorose, sulla natura umana.


"È chiaro - conclude Sagan - che non si torna indietro. Ci piaccia o no, siamo legati alla scienza. Dobbiamo dunque cercare di cavarne il meglio. Quando finalmente veniamo a patti con essa e ne riconosciamo pienamente la bellezza e il potere, troviamo di aver fatto un baratto decisamente a nostro favore". La saggezza, insomma, consiste nel comprendere i nostri limiti. E acquistare questo tipo di consapevolezza non "distrugge la fantasia", come alcuni amano polemicamente sostenere. La scienza non toglie magia all'Universo, anzi lo rende ancora più affascinante. Un'autentica comprensione del funzionamento della Natura non solo è più utile della superstizione o dell'ignoranza, ma è anche infinitamente più interessante e sorprendente.


Il rischio, altrimenti, è quello di bendarsi gli occhi per non vedere e finire come certi irrecuperabili cultori dell'ignoto che non vogliono risolvere i misteri ma preferiscono conservarli alla stregua di una specie protetta, considerandoli come qualcosa di prezioso e insostituibile.


Personalmente, preferisco non considerare i misteri un fine, bensì un inizio. L'inizio di un viaggio che può portare ad affrontare misteri sempre più grandi. Così la pensa chi si occupa di scienza: gli scienziati adorano i misteri e l'ignoto ma hanno anche il coraggio di porre domande sempre più difficili, finché i misteri cominciano a dare risposte sempre sorprendenti. Conservare i misteri per il piacere del misterioso significherebbe decretare la fine di ogni tipo di ricerca e, di conseguenza, la fine del progresso della conoscenza. Un prezzo forse un po' troppo alto per la venerazione dell'ignoto.


Fu sempre Einstein, tra l'altro, a dire che "Tutta la nostra scienza, in confronto con la realtà, è primitiva e infantile, e tuttavia è la cosa più preziosa che abbiamo" . Insomma, forse la scienza non ci renderà (sempre) felici, però non c'è dubbio che... aiuta.


Massimo Polidoro
Segretario nazionale del CICAP

(Pubblicato su "Golem l'indispensabile" di marzo 2003)