Milano: una metropoli tra crimine e solidarietà

«Scivolando sulle ruote gommate il delitto passa attraverso il cuore della città e ha perso il suo colore rosso. Il sangue congelandosi ha assunto la tinta definitiva: nero è il sangue, neri i feretri, i carri, i paramenti, gli scialli delle vecchine, la moltitudine che mugge sordamente di pietà, di odio e di orrore».

milano nera: tra crimine e solidarietà

Con queste parole Dino Buzzati raccontava sulle pagine del Corriere della sera la strage messa in atto da Rina Fort nel 1946, quando uccise con una violenza inaudita moglie e figli del suo amante. Fu una vicenda terribile che sconvolse Milano e il resto d’Italia, all’indomani della fine della guerra, e che riempì le pagine dei giornali.

"Giallo Metropoli" (Piemme).

“Giallo Metropoli” (Piemme).

Ogni fase del processo era offerta ai lettori come un giallo a puntate e, per gli editori, si rivelò una scelta azzeccatissima, a giudicare dagli enormi incrementi nelle vendite. La Fort richiamava in Tribunale folle di curiosi che si presentavano alle udienze con i vestiti migliori, come se andassero a teatro. Disprezzavano quella donna, invocavano per lei la pena di morte, ma allo stesso tempo le donne ne copiavano l’abbigliamento e gli uomini ne sembravano attratti.

Da allora non molto è cambiato, il delitto continua ad affascinarci, inutile negarlo. Non perché rischiamo prima o poi di trasformarci tutti quanti in criminali, ma piuttosto perché le vicende di cronaca nera ci respingono e ci attraggono al tempo stesso. Ripulsa per l’orrore e la violenza che trasuda dai delitti più agghiaccianti, ma anche curiosità e stupore davanti ai comportamenti più efferati o agli episodi che ancora restano insoluti.

Milano, da questo punto di vista, non si è mai fatta mancare niente.

Definita ai tempi di un antico “Expo”, quello del 1881, “capitale morale d’Italia”, Milano è stata a lungo esaltata come faro di civiltà, onestà e prosperità a livello europeo. Tuttavia, oggi che ospita nuovamente l’Expo, Milano ha collezionato una serie di episodi capaci di far rabbrividire.

Troppe sarebbero quelle da raccontare, ma è a dieci delle storie più sconvolgenti dell’ultimo secolo, accadute nella metropoli e nei suoi dintorni, che abbiamo deciso di dedicare le pagine di Giallo Metropoli, volume da poco uscito in libreria per Piemme, che ho avuto il piacere di curare e a cui hanno partecipato alcune delle più belle firme del noir italiano.

Quasi tutti gli autori del libro a una recente presentazione presso la libreria "...il mio libro" di Milano.

Quasi tutti gli autori del libro a una recente presentazione presso la libreria “…il mio libro” di Milano.

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Si parte all’alba del 1900, che si apre con la sconvolgente vicenda del ragionier Olivo, un mite e colto burocrate che uccide la moglie, la fa a pezzi e la nasconde poi in una valigia che getta al porto di Genova. È una storia che sui giornali occupa più spazio della guerra russo-giapponese e che lascia sbalorditi oltre che per l’orrore, che spinge qualcuno a tirare in ballo persino Jack lo Squartatore, per la conclusione paradossale che la vicenda raggiunge al termine del processo. Rosa Teruzzi la ricostruisce abilmente e la racconta come un giallo d’altri tempi.

Negli anni settanta le gesta di Renato Vallanzasca riempiono le pagine tanto dei quotidiani quanto dei periodici rosa. È il bandito romantico per eccellenza, quello di cui si invaghiscono tante signore bene, ma che finirà per pagare carissimi quei pochi mesi di criminalità assoluta. Simone Sarasso riesce a riportarci a quell’epoca con il piglio di un film di Quentin Tarantino.

L’incredibile rapina di via Osoppo è rimasta negli annali della cronaca. Quando l’Italia lesse sui giornali che cosa era accaduto a Milano, una mattina nebbiosa del febbraio 1958, allo sconcerto iniziale subentrò quasi una sorta di orgoglio nazionale per tanta perfezione. «La nostra città si è messa alla pari con Chicago» titolò La Notte e il Corriere della Sera la definì: «La più sensazionale rapina che mai la cronaca milanese abbia registrato». Paolo Roversi, che quella storia conosce come pochi altri, la fa rivivere alternando i punti di vista dei banditi e dei poliziotti che li catturarono.

Ma il crimine in una metropoli non è solo rapine, sparatorie e fattacci che avvengono dietro le mura domestiche. A volte può essere anche la conseguenza di incidenti e incuria, e chi ne resta colpito sono centinaia di persone, con effetti che non si esauriscono nemmeno decenni dopo i fatti. È quanto avvenne a Seveso, nel 1976, quando una nube tossica di diossina uscì da una fabbrica di sostanze per diserbanti e investì una serie di comuni della Brianza. Luca Crovi racconta l’evento attraverso gli occhi di un bambino di otto anni, tanti quanti ne aveva lui quando accadde il disastro.

Se la violenza criminale può sembrare emozionante al cinema, nella realtà è quanto di più orrendo possa esserci. Lo dimostra bene Giovanni Zucca che, calando il lettore nei panni di un rapinatore, fa rivivere la tentata rapina a un furgone portavalori in via Imbonati. Nel tentativo fallito dei banditi di portarsi a casa nove miliardi di lire perse la vita l’agente di polizia Vincenzo Raiola, colpito da una raffica di kalashnikov mentre cercava solamente di fare il suo dovere.

Tocca le corde più profonde la triste storia di Lea Garofalo, convivente di un componente della ‘ndrangheta, che decise di aiutare la giustizia rivelando alla polizia le attività illegali di cui era stata testimone. Fu però la sua fiducia nel prossimo, quella che la portò a pensare che il padre di sua figlia non le avrebbe mai potuto fare del male, a condurla alla tomba in un terreno abbandonato poco fuori Milano. Nicoletta Vallorani ricorda questa donna coraggiosa e sfortunata nella sua toccante narrazione in prima persona, quasi una ballata.

Quando è la follia a scatenare i demoni più reconditi dell’animo umano, però, c’è poco da dire. Ed è questo che avvenne quando una notte, un rampollo della Milano bene uccise la fidanzata a coltellate, forse senza nemmeno rendersi conto di quello che faceva. Incomprensibile e inspiegabile, ma la penna di Alan D. Altieri riesce a darci un’idea inquietante di quello che può passare per la mente di una persona alterata che si macchia di un delitto tanto terribile.

La morte e la disperazione a volte possono arrivare inaspettate con qualcosa che, almeno sulle prime, può far pensare a un terribile attacco terroristico. Le ferite provocate nel 1969 dalla strage di Piazza Fontana, riconducibile a strategie eversive di estrema destra, ma rimasta incredibilmente impunita, sono ancora aperte. E quando nell’aprile 2002, a soli otto mesi dagli attentati terroristici di New York, un aeroplano da turismo si schiantò contro uno dei simboli di Milano, il grattacielo Pirelli, l’incubo di una nuova forma di terrore tornò a materializzarsi. Tre persone persero la vita e 70 rimasero ferite, ma si scoprì poi che si era trattato di un incidente provocato da un pilota poco esperto. Resta il fatto che accadimenti di questo tipo possono fotografare un istante nella memoria di ciascuno ed è questo insolito e originale punto di vista che Riccardo Besola, Andrea Ferrari e Francesco Gallone hanno scelto per raccontare quell’istante fatale.

Alla vicenda di un bandito della vecchia Milano, Ezio Barbieri, cresciuto all’Isola, si ispira l’avvincente racconto di Massimo Picozzi. La storia è quella di un criminale della ligera, come si chiamava un tempo la mala milanese, che spesso e volentieri spartiva il frutto delle sue rapine con la povera gente del suo quartiere. Ma Barbieri non è ritratto nel pieno della sua carriera criminale, bensì quando, ormai carcerato, fu coinvolto suo malgrado, a San Vittore, nella più grande rivolta carceraria del dopoguerra. Una vicenda che costò la vita a cinque persone e ne ferì altre 37.

L’ultima storia criminale milanese è quella che ho scelto di raccontare io, lontana dalle sparatorie e dagli spargimenti di sangue, ma non per questo meno letale. È la vicenda che ruota attorno alla morte di Raul Gardini, simbolo dell’imprenditoria italiana anni ’80, che si trova nel pieno del ciclone divenuto poi noto con il nome di Mani Pulite. Il racconto dell’inchiesta partita da Milano, che scoperchiò il malaffare e gli intrecci illeciti esistenti tra politica ed economia (tutt’altro che scomparsi oggi), è l’occasione per ritornare su un giallo che tutt’ora riesce a far parlare di sé: ma Gardini si uccise o fu “suicidato”?

Questo libro, però, non si riduce a una semplice raccolta di racconti neri, pur narrati con il personale piglio narrativo che ogni autore ha scelto di intraprendere. Come ci racconta Cristina Cattaneo, medico legale che con gli effetti del crimine si confronta ogni giorno, lavoro di cui nel suo intervento fornisce chiari esempi, Milano non è solo la città di omicidi storici, di disastri e di criminalità organizzata. Ha anche un altro volto, quello umanitario, vicino alle vittime e che aiuta la scienza a salvaguardare e a difendere la dignità umana e la giustizia. Una tradizione tutt’altro che moderna, se pensiamo che nel medioevo gli Sforza costruivano gli ospedali più famosi d’Europa, con l’assistenza gratuita per gli indigenti, o alla Milano romana che con le campagne di Sant’Ambrogio si opponeva al crimine e all’ingiustizia.

Ed è appunto per ricordare e incoraggiare questa Milano, attenta ai diritti di coloro che più rischiano di perderli, che nasce questo libro. Un libro per il quale ciascun autore, così come l’editore, ha deciso di devolvere il ricavato delle vendite a Soleterre, un’organizzazione umanitaria che, da Milano, opera per garantire i diritti inviolabili degli individui nelle “terre sole”. Una organizzazione non governativa che interviene per promuovere il rispetto dei diritti, favorire la giustizia sociale, migliorare la situazione economica e diffondere una cultura della legalità e della pace.

Ma, soprattutto, Soleterre è una realtà che si impegna per favorire la cultura della solidarietà, intesa come tentativo di accogliere i bisogni e le richieste che arrivano dalle persone e dalle comunità più sfortunate e vulnerabili.

Un’opera che, se incoraggiata, non può che avere come effetto quello di ridurre ingiustizie e violenze. Quelle che gli autori di Giallo Metropoli raccontano e contro le quali alcuni di essi combattono ogni giorno.

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Massimo Polidoro

Scrittore, giornalista e Segretario del CICAP, è stato docente di Metodo scientifico e Psicologia dell’insolito all’Università di Milano-Bicocca. Allievo di James Randi, è Fellow del Center for Skeptical Inquiry (CSI) e autore di oltre 40 libri e centinaia di articoli pubblicati su Focus e altre testate. Rivelazioni e Il tesoro di Leonardo sono i suoi libri più recenti. Il suo primo thriller è Il passato è una bestia feroce. Si può seguire Massimo Polidoro anche su FacebookTwitterGoogle+ e attraverso la sua newsletter (che dà diritto a omaggi ed esclusive).




2 Comments

  1. Veramente un eccellentepost. Leggo con interesse il blog
    http://www.massimopolidoro.com. Avanti con questa grinta!

    leggi questo blog

  2. L’ idea di non parlare solo di delitti, ma di incidenti, attentati, fallimenti che hanno inciso nella Storia Italiana, non solo Milanese, è molto apprezzabile, oltre che, oggi, originale. Così come la Filantropia della destinazione degli utili.

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