Scrivere è riscrivere: ma quante volte?

«Mi son sempre domandato: riscrivere si intende da zero o rimaneggiando sulla base della prima stesura?» mi chiede Federico Baron su Twitter. Chiunque scriva o si avvicini alla scrittura una delle prime cose che sente dire è che “scrivere è riscrivere”. Ma quanto occorre riscrivere? E in che modo bisogna farlo: da capo ogni volta?

Quando si inizia a scrivere ci si affeziona facilmente alle parole che si mettono sulla carta (o sul monitor del computer). Tutto sembra importante e indispensabile, quella frase suona proprio bene e quel termine così strano fa il suo effetto, perché tagliarli? Ma se lo scopo che ci si pone è quello di ottenere un testo o un libro che non piaccia solo a noi, ma possa essere letto e apprezzato anche da altri, siano essi agenti, editori o lettori in genere, il segreto sta nella riscrittura. Ecco 3 suggerimenti su come affrontarla:

1. Tirare dritto senza mai voltarsi indietro. Molti esordienti faticano a terminare persino la prima di stesura, come pensare di riscriverla più volte? Hemingway (sempre lui), lo ha detto chiaramente: «La prima stesura di qualunque cosa è… shit» (e tutti sappiamo che cosa significa). Quando si inizia a scrivere un romanzo o un racconto bisogna scrivere e cercare di arrivare fino in fondo nel minor tempo possibile, non importa se la scrittura non è perfetta, se certi punti della storia non convincono.

È difficile ignorare la vocina nella mente che ci dice che quell’errore è proprio terribile? Lo so, ma è necessario tirare dritto, non fermarsi a ogni frase per rileggerla e riscriverla meglio. Anch’io faccio fatica a ignorare errori e incongruenze nella prima stesura, vorrei tornare indietro e riscrivere certe pagine da capo. Ma mi trattengo. Lo farò più tardi, quando la prima stesura sarà terminata. Ancora adesso mi scopro a ripetermi che devo rilassarmi: nessuno leggerà mai la prima stesura, solo io.

2. Immaginarsi come un artigiano. Quando finalmente si ha la prima stesura in mano inizia il vero lavoro di scrittura: la riscrittura. Occorre buttare il manoscritto e ripartire da zero? No, assolutamente. Occorre invece leggere ciò che si è scritto molto attentamente per segnarsi tutti i punti in cui fare le correzioni. Io mi trovo bene stampando il testo e lavorando poi sulla carta con un pennarello rosso. Una volta che termino un primo giro di correzioni, e nel primo giro si dà la precedenza ai problemi più grossi, le correzioni di fino si riservano a stesure successive, le riporto sul testo che ho sul computer. A quel punto faccio una nuova stampata e ricomincio.

La scrittura è un lavoro di artigianato fino. Personalmente mi sento molto vicino al falegname. Immagino infatti il libro come un blocco di legno che, a furia di riscritture e revisioni, finisco per tagliare, levigare e trasformare finalmente in un oggetto pulito, liscio e sperabilmente senza troppe sbavature.

3. La riscrittura separa il professionista dal dilettante. Non c’è una regola che dica quante stesure vanno fatte, ognuno deve capire da solo quando il testo è finalmente presentabile. Tempo addietro mi limitavo e tre o quattro riscritture prima di girare il mio testo all’editore. Poi, ho iniziato a siglare ogni stesura con una lettera dell’alfabeto: la prima stesura è la “A”, la seconda la “B” e così via. Oggi, sul progetto a cui sto lavorando in questo momento, sono arrivato alla “M”. Ne prevedo ancora tre, arriverò almeno alla “P” o alla “Q” prima che ritenga il testo pronto.

Non fate l’errore di pensare che se c’è da aggiustare un testo lo farà poi l’editor della casa editrice. Chi non impara a editarsi da solo, difficilmente arriva a interessare una casa editrice, tantomeno un agente letterario. Il testo verrà giudicato primitivo e il suo autore immaturo.

E ricordate ciò che diceva Thomas Wolfe: «Non ho alcun diritto di aspettarmi che gli altri facciano per me ciò che dovrei fare da solo».

Vediamo qualche suggerimento per approfondire. Purtroppo, non c’è molto in italiano sul tema della revisione e del self-editing. Un punto di riferimento indispensabile, per quel che riguarda questioni di base di stile, è Elementi di stile nella scrittura, di William Strunk Jr. (Dino Audino Editore), testo fondamentale per tutti gli scrittori americani, qui opportunamente adattato alla lingua italiana e di cui nessuno scrittore può fare a meno. Sulla revisione in sé un buon punto di partenza (in inglese) è Self-Editing for Fiction Writers, di Renni Browne e Dave King, anche se il massimo per me è Revision and Self-Editing di James Scott Bell, che tengo fisso sulla scrivania e ho quasi consumato nella sua prima edizione a furia di leggerlo, rileggerlo e studiarlo.

E voi a che punto siete con la vostra prima stesura? Se vi va di condividere i problemi (o le soddisfazioni) che state incontrando, lasciate qui sotto il vostro commento e ne parliamo insieme.


Massimo Polidoro

Scrittore, giornalista e Segretario nazionale del CICAP, è stato docente di Metodo scientifico e Psicologia dell’insolito all’Università di Milano-Bicocca. Allievo di James Randi, è Fellow del Center for Skeptical Inquiry (CSI) e autore di oltre trenta libri e di centinaia di articoli pubblicati su Focus e numerose altre testate. Il suo ultimo libro, scritto con Marco Vannini, è Indagine sulla vita eterna, pubblicato da Mondadori.




7 Comments

  1. Nelle lettere dell’alfabeto con cui numeri le riscritture sono incluse la J e la K?

  2. Ciao, grazie mille per i tuoi consigli. Sembrerà banale ma io cado esattamente nel caso dei principianti, in quanto non avevo mai valutato l’esigenza della riscrittura.

    Penso tu mi abbia dato una direzione interessante che seguirò.

    Come gestisci la struttura del testo e le modifiche che in fase di riscrittura sorgono spontanee?

    Buon lavoro e buona giornata
    Andrea

    1. Grazie a te Andrea, contento di poterti essere d’aiuto. Man mano che si presentano le modifiche da fare le affronto e se serve rimettere mano alla struttura, lo faccio. Niente in un testo in lavorazione è “sacro” 😉

  3. Bel post, mi piacciono i “dietro le quinte”.

    @Federico, non è così strano rivedere le cose scritte il giorno prima; ho letto in giro (non riesco a ritrovare il sito, purtroppo) che lo fa più di uno scrittore e che aiuta ad immergersi nell’atmosfera della storia. A me, personalmente, aiuta!

    1. Grazie Nazzarena. E’ proprio come dici tu, una veloce rilettura a quanto scritto il giorno prima può essere utile per tornare rapidamente nell’atmosfera della storia: ma senza fermarsi a fare troppe correzioni o aggiustamenti, altrimenti si rischia di restare “impantanati” e non avanzare. Invece l’obiettivo deve essere quello di andare avanti sempre, ogni giorno si aggiunge qualcosa finché si arriva alla fine.

  4. Grazie a te Federico per avere suggerito un buon tema. Prova davvero a vincere la tentazione di non rileggere subito quello che hai scritto e tira dritto finché non arrivi alla fine: ci sarà poi tutto il tempo per esaminare frase per frase, parola per parola. Tornerò presto sul tema “per chi si scrive”: per farsi leggere o per leggersi?

  5. Ciao e grazie per la risposta: illuminante sotto molti aspetti! Non solo hai chiarito il mio dubbio sull’aspetto tecnico della riscrittura, ma mi sono ritrovato in tante altre cose che hai scritto, a partire da quella maledetta sensazione che ti fa sembrare tutto quello che hai scritto così “importante e indispensabile”! E’ difficile, difficilissimo liberarsene (“abbi il coraggio di uccidere i tuoi cari!” si dice in questo caso). Come dici tu è meglio scrivere senza guardarsi indietro finché non si arriva alla fine. Io invece ho il difetto che il giorno dopo, quando ricomincio, inizio dalla correzione delle pagine scritte il giorno prima. Davvero tu riesci a non rileggere le pagine appena composte? Mi imporrò di seguire questo tuo suggerimento, sono proprio curioso del risultato.
    Mi è piaciuto molto il paragone tra scrittore e scultore che toglie e affina, affina e toglie e poi rimane l’opera. Mi ha fatto sorridere a tal proposito la tua versione “M” e che comunque… ne prevedi altre tre! Basterebbe anche solo questo aneddoto a rendere l’idea della fatica che occorre fare. Ma certo se uno non vuol fare fatica…
    Mi ricordo che in “On Writing” King diceva di scrivere la prima volta con la porta chiusa, e la seconda con la porta aperta. Io fin’ora ho mancato il bersaglio anche perché non ho mai ben considerato la figura del Lettore, che sono sempre più convinto invece vada tenuta in principale considerazione, come un faro-guida per indicare il percorso da seguire alle riscritture successive. Un lettore, vedendo le mie frasi di sei righe piene di subordinate, mi ha spronato a chiedermi infatti quanto io scriva per gratificare me stesso e quanto per gratificare il lettore. Solo che, ricevendo i giudizi più disparati, faccio fatica a immaginarmi il “Lettore Medio” che dovrei tenere a mente nelle riscritture, in termini non tanto di storia ma soprattutto di stile.
    Ti ringrazio per la bibliografia che hai messo in fondo (non sapevo che il libro di Strunk esistesse in italiano, lo prendo subito!): sto leggendo quella di Donna Levin che hai citato nell’altro post ed è veramente utile. Grazie per la grande disponibilità, continuerò a seguire il tuo blog per tutti i tuoi interessanti aggiornamenti.

Lascia un commento

*