Categorie
Crimini e gialli

Un gioco infame: l’inizio del libro

Prologo

LA TRAPPOLA

A14, Autostrada Adriatica Km 104 tra Rimini nord e Cesena

Sabato, 3 ottobre 1987 Ore: 22.30

Al volante dell’auto civetta, il vice sovrintendente Luciano Baglioni si sentiva inquieto. Non era il buio dell’autostrada semideserta, né la tensione per la trappola che stava per scattare ai danni di una banda di ricattatori. Aveva solo ventisette anni, ma di missioni sotto copertura ne aveva già vissute parecchie. Quello di Rimini sarà anche stato un piccolo commissariato di provincia, ma la criminalità non mancava affatto. Droga soprattutto; e poi usura, prostituzione, latitanti che sceglievano la riviera per nascondersi nei tanti appartamenti subaffittati in nero. Il fatto era che quella missione era stata organizzata proprio male. «Dovevi dirgli di no, Antonio» disse Luciano tenendo gli occhi fissi sulla strada. «Tutto qui». Seduto accanto a lui, il sovrintendente Antonio Mosca, il più vecchio del gruppo, il caposquadra, si allentò il giubbotto antiproiettile intorno al collo. «Dai, che non è facile neanche per me. Già mi tocca portare ‘sto scafandro, che sai come lo odio. E comunque Varesi è stato il mio Comandante quando ero matricola. Me l’ha chiesto per favore, e io…» Luciano scosse la testa. Lì serviva la Criminalpol: quelli sì che sono attrezzati e sanno come muoversi. Ma Varesi, arrivato solo tre giorni prima dalla Procura, pur non sapendo niente dell’indagine in corso si era messo in testa che bisognava fare tutto da soli. «Che tanto siamo capaci anche noi… Vedrete che quelli li becchiamo, e il merito sarà solo nostro…» Si sa come vanno certe cose. I papaveri mirano alla gloria; chi ci rimette le penne sono sempre i disgraziati come loro. «Ma guarda come siamo messi» protestò ancora Luciano. «Gli unici operativi siamo noi due, gli altri ragazzi un intervento come questo non l’hanno mai fatto». «Scusa, ce l’hai con me?» Dal sedile posteriore dell’Alfetta, Addolorata Di Campi gli lanciò un’occhiataccia attraverso lo specchietto retrovisore. La ragazza aveva un viso dolce, ma lo sguardo era determinato. «Ma no, Addolorata. Dicevo dei colleghi sulle macchine di dietro. Quelli hanno sempre fatto servizio al tribunale, cosa ne sanno di appostamenti e sparatorie?» Nemmeno Addolorata forse ne sapeva molto. Era un’ottima ragazza, simpatica e volenterosa. Ma aveva solo ventidue anni e non era da molto che stava al commissariato. Era in auto al posto dell’assistente capo Pietro Costanza, in ferie. Pietro, Antonio e Luciano lavoravano insieme da sei anni. Erano diventati un terzetto di ferro, capace di capirsi al volo con un’occhiata, specie nei momenti più delicati o rischiosi. Come forse poteva diventare quella serata. Mentre l’Alfa percorreva la A14, dai campi intorno, immersi nell’oscurità, saliva una leggera foschia. Luciano preferì smettere di discutere e si concentrò sulla Panda rossa che li precedeva. Al volante della Panda c’era Saverio Grandi, il proprietario dell’autosalone al quale i malviventi avevano sfondato la vetrina a suon di pallettoni. Nelle telefonate che erano seguite, una voce con un forte accento meridionale – si era presentata come “Picone” – aveva ordinato che fossero preparati trenta milioni in biglietti usati. «Se no quella minchia di autosalone te lo facciamo saltare in aria. E pure casa tua che ci sta sopra, stronzo». Quell’ultima telefonata era stata registrata. A riascoltarla più volte, sotto l’accento si coglieva un’inflessione romagnola, come di un emigrante ormai da tempo in Emilia. Le istruzioni erano state precise e insolite. Grandi doveva sistemare il denaro in una ventiquattro ore. «Poi sali su quella bellissima Uno bianca che c’hai sul piazzale dell’autosalone, entri a Rimini sud e prendi per Bologna». Salvo che all’ultimo la Uno era risultata non disponibile, perciò aveva preso la Panda. Ogni volta che si avvicinava a un cavalcavia doveva accostare e aspettare un minuto. In un punto non meglio precisato avrebbe visto penzolare una corda. A quella avrebbe dovuto legare la valigetta. Quelle istruzioni, a Grandi, gliele avevano dovute ripetere cinque volte, tanto era nel pallone. Lo avevano anche minacciato di non fare scherzi. «Altrimenti vedrai che poi qualche cattiveria te la facciamo, tipo che spariamo su tua moglie e sui tuoi figli». Ma Grandi, deciso a non correre rischi, aveva avvisato la polizia. Così adesso, sulla Panda, nascosto nel bagagliaio, c’era l’agente Luigi Cenci. Dietro, dopo l’Alfa di Luciano, viaggiavano altre due auto civetta. Gente che spara prima ancora di avanzare richieste e poi prende precauzioni simili per riscuotere un riscatto doveva essere molto determinata. Eppure, fare un quarantotto del genere per appena trenta milioni sembrava esagerato. Uno come Grandi avrebbe potuto pagarne forse anche cento, di testoni; questi invece stavano rischiando la galera per l’equivalente di una Mercedes. O erano degli sprovveduti, oppure dei fessi. Di sicuro non intendevano correre rischi. Sistemati sopra il cavalcavia, una volta recuperati i soldi, se la sarebbero filata senza difficoltà. Dall’autostrada, raggiungerli non sarebbe stato facile. «Ragazzi, ma questi vogliono farci arrivare fino a Bologna?» disse la Di Campi cercando di alleggerire la tensione. Luciano la guardò nello specchietto. Addolorata si stava tormentando un’unghia con i denti. «Guardate lì» fece poi indicando un cartello. «Ormai siamo a Cesena. Non è che avranno mangiato la foglia?» «Tranquilla» disse Mosca. «Non hanno mica detto che il cavalcavia sarebbe stato subito fuori Rimini. Andiamo avanti finché non troviamo qualcosa. Luciano, magari rallenta un filo. Non stiamogli troppo addosso». La Panda si allontanò di un centinaio di metri e sparì dietro una curva. Dalla vecchia radio portatile gracchiò una voce: «Rimini 1, qui Rimini 2. Perché avete rallentato? Passo». Mosca si portò la radio alla bocca e premette il pulsante per parlare. «Qui Rimini 1. Li lasciamo andare un po’ avanti. Nessuna novità per il…» «Ci siamo!» lo interruppe Luciano. Superata la curva, in prossimità dell’ennesimo cavalcavia, la Panda aveva rallentato per poi fermarsi del tutto. Il rosso dei fanalini posteriori brillava nel buio. «Avviciniamoci piano» ordinò Mosca alla radio. «Pronti a intervenire». Grandi scese dalla Panda con la borsa dei soldi. In realtà, dentro non c’era denaro, solo carta straccia. Quando il commerciante passò davanti ai fari della sua macchina, Luciano vide per la prima volta la borsa. Era una valigia da viaggio. «Cazzo, Antonio. Ma perché l’ha presa così grossa? Non ci deve mica stare mezzo miliardo lì dentro». Mosca era seccato. «Merda. Quelli gli avevano detto di usare una ventiquattro ore. Speriamo che al buio non la notino». In cima al cavalcavia si intuiva la forma di un’auto di media cilindrata, ma in assenza di luci non si riusciva a distinguere né il modello né il colore. C’erano anche un paio di ombre che si muovevano, là sopra. Davanti alla Panda, Grandi fu raggiunto da un uomo con il volto coperto. Costui prese la valigia e fece per legarla alla corda, ma si accorse delle auto ferme. Fu un attimo. Il tizio urlò qualcosa, quelli sul cavalcavia iniziarono a sparare e sulle auto si abbatté una gragnola di colpi. Grandi si buttò a terra e strisciò fino a ridosso del muro. Cenci uscì dal bagagliaio della Panda con la pistola in pugno ma fu subito raggiunto da un proiettile al collo. Si piegò all’indietro e cadde sull’asfalto. «Cazzo, tutti fuori!» gridò Mosca con l’M12 in mano. Luciano aprì d’istinto la portiera e rotolò a terra con la pistola in pugno. Scariche di pallettoni bucavano la carrozzeria dell’Alfa come fosse di cartone. In piedi, accanto all’auto, Mosca non fece nemmeno in tempo a caricare il mitra. I pallettoni lo presero in pieno volto e sulle spalle; arrivando dall’alto, gli si infilarono anche sotto il giubbetto. Cacciò un grido, si contorse e stramazzò sui sedili. «Antonio!» urlò Luciano. Ma Antonio Mosca, sbranato dal dolore, non poteva sentirlo. Sul sedile di dietro stava gridando anche la Di Campi, colpita alle gambe. «Spara Luciano» gridò con la voce rotta dallo spasimo, «spara!» Senza nemmeno rendersene conto, Luciano si era ritrovato dietro l’auto, al riparo dalle fucilate. Con infinita cautela e il cuore che gli batteva all’impazzata si allungò da un lato e diede un’occhiata. I lampi di fuoco si accendevano sopra il cavalcavia e sulla montagnola oltre il guardrail. Sparò un paio di colpi in direzione dei fuochi. Cosa cazzo stavano facendo i colleghi di dietro? Cosa aspettavano a intervenire? I proiettili sibilavano vicini, scheggiavano l’asfalto, e bucavano l’auto. Fece ancora fuoco verso il buio, senza speranza. Colpire qualcuno che si muove in lontananza e nell’oscurità è più che altro questione di sorte, specie avendo a disposizione solo la Beretta d’ordinanza quando gli altri attaccano a suon di schioppettate. Adesso però i colpi arrivavano da un’unica arma, sopra il cavalcavia. Luciano vide uno dei banditi scendere lungo il terrapieno. Aveva una giacca chiara che spiccava nel buio. Puntò la pistola in quella direzione e consumò il caricatore. Ebbe l’impressione di sentire un lamento; più di sorpresa forse, che di dolore. Era comunque possibile che lo avesse colpito: l’uomo con la giacca chiara si muoveva come se fosse rimasto impigliato in un cespuglio. Il bandito che era sceso per recuperare la borsa corse ad aiutare il compare. Luciano cercò in tasca un altro caricatore e si preparò a sparare di nuovo. Ma ormai era tutto finito. L’auto sul cavalcavia fece una sgommata e scomparve nella notte. Attaccata alla corda, la valigia era rimasta penzolante. Ma si era aperta; la carta che c’era dentro al posto delle banconote stava svolazzando lungo l’autostrada sospinta dal vento. Riversa sul sedile posteriore, Addolorata si stringeva le gambe insanguinate. Quelle ferite se le sarebbe portate dietro per un pezzo. Cenci si era beccato una pallottola nel polmone e sarebbe rimasto a lungo in prognosi riservata. Ma quello messo peggio era Antonio. Cinque proiettili nel torace, più una pallottola in testa. In ospedale, i medici furono costretti ad asportargli parte dei polmoni; poco tempo dopo, il suo corpo già debilitato fu colpito da un tumore. Nel giro di un anno, se lo portò via. Per l’intero funerale, Luciano e Pietro tennero nascosto il dolore dietro gli occhiali scuri. «Dovete farmi una promessa» disse loro la madre di Antonio. «Li dovete acchiappare, quei maledetti». Pietro le strinse le mani. «Stai tranquilla. Prima o poi li prendiamo». La donna, viso scavato e occhi gonfi, li fissò incerta. Luciano si tolse gli occhiali. «Antonio per noi era come un fratello. Quegli assassini finiranno dietro le sbarre. È una promessa, signora Mosca». La madre di Antonio li guardò ancora un momento, poi annuì. Sorretta da Gabriella, la vedova, si allontanò verso le auto. «Li prendiamo, Pietro» ripeté Luciano a voce bassa. «Li dobbiamo prendere, quei figli di puttana». (continua…)

(Tratto da:
Un gioco infame. La banda della Uno bianca. di Massimo Polidoro, Edizioni Piemme, 2008)