Il mistero dell’isola di Pasqua: a 100 anni dalla nascita di Thor Heyerdahl

Cento anni fa ieri (6 ottobre 1914) nasceva Thor Heyerdahl, antropologo, esploratore, scrittore e regista norvegese (scomparso il 12 aprile 2002). Rimase famoso per avere navigato per 4300 miglia su una zattera, il Kon-Tiki, dall’America del Sud alle isole Tuamotu.

Thor Heyerdahl e l'isola di Pasqua.

Ma fu anche il primo ad avviare la prima vera campagna archeologica sull’Isola di Pasqua, riuscendo a svelare molti dei misteri che essa conservava.

L'emozionante racconto dell'impresa del Kon-Tiki in questo libro di Thor Heyerdahl.

L’isola di Pasqua è uno dei luoghi più isolati e solitari del mondo, perso nell’Oceano Pacifico a 1600 km da qualunque altra terra abitata. Gli indigeni la chiamavano l’isola Te Pito, o Te Henua o ancora l’”Ombelico del Mondo”. Fu però l’ammiraglio olandese Jacob Roggeveen, che scoprì questo piccolo punto sulla Terra nel Pacifico del Sud nella Domenica di Pasqua del 1722, a darle il nome con cui da allora è conosciuta ovunque, cioè per l’appunto l’isola di Pasqua.

In parte a causa di un così estremo isolamento i suoi abitanti preistorici sono stati considerati come una delle culture più curiose del mondo antico. Avevano un loro sistema di scrittura basato su disegni e diverso da qualunque altro linguaggio al mondo, una struttura politica e religiosa abbastanza sofisticata e una tradizione nella scultura che si manifestò in circa 1000 colossali teste, alte fino a dieci metri e pesanti fino a ottanta tonnellate, scolpite nella pietra vulcanica. L’altezza media di ogni statua è di quasi cinque metri, con un peso di quattordici tonnellate.

La fantasie sugli “antichi astronauti”

Sono proprio queste statue, chiamate moai, cioè “immagini”, a costituire per i bizzarri cultori della teoria degli antichi astronauti il mistero più grande. «Anche se persone provviste di una vivace immaginazione hanno cercato di raffigurare un vasto esercito di operai che costruisce le piramidi egizie utilizzando il metodo “forza-issa!”» diceva lo scrittore Ehrich Von Däniken «sull’isola di Pasqua un simile metodo sarebbe stato improponibile per mancanza di manodopera».

Secondo lui, l’isola era troppo piccola per raccogliere più di duemila persone, troppo poche per erigere le grandi statue. E poi, anche ammesso che non fosse necessario un numero maggiore di persone, resterebbe il problema di come realizzare le statue. «Nessuno sarebbe stato in grado di liberare quei blocchi di lava con arnesi di pietra tanto modesti e primitivi» continua Von Däniken. «Gli uomini capaci di eseguire un’opera di tale perfezione dovevano essere dotati di un’attrezzatura ultramoderna».

Fu proprio Thor Heyerdahl a smentirlo.

La spedizione di Thor Heyerdahl

Nel 1955, Heyerdahl condusse una spedizione di archeologi nell’Isola di Pasqua allo scopo di trovare le risposte a questo ed altri rompicapo. Nel corso di questa spedizione, che durò sei mesi, non solo fu dimostrato il processo di scultura dagli stessi isolani, ma anche il trasporto e il sollevamento di una di queste statue nella sua piattaforma ahù.

Furono scoperte le cave dove giacevano statue parzialmente scolpite, insieme a semplici strumenti come picconi, martelli e scalpelli usati per estrarre la roccia e scolpire le opere. Furono anche rintracciati i percorsi lungo i quali le statue venivano trasportate e dove si rinvennero frammenti rottisi durante il tragitto.

Sulla base di queste informazioni, e confrontandosi con gli indigeni, gli studiosi poterono definire i vari passaggi e metterli loro stessi alla prova con l’aiuto degli abitanti. Prima di tutto le statue furono scolpite direttamente nella cava. Non fu difficile individuarla, visto che rappresenta essa stessa un monumento imponente, scavato nel cratere del vulcano estinto Rano Raraku. Vi sono centinaia di nicchie lasciate sul posto una volta che le statue venivano ultimate e poi trasferite, oltre a 400 esemplari ancora sul posto e perlopiù incompiuti.

Come si costruivano le statue

In questa sequenza, Thor Heyerdahl dirige i lavori per erigere un moai utilizzando sistemi primitivi.

Il passo iniziale consisteva nell’ammorbidire la superficie del tufo. L’unica parte veramente dura è questa, infatti, all’interno la roccia è solo un po’ più dura del gesso e quindi facilmente modellabile. Fu questa differenza tra superficie dura e interno morbido che trasse in inganno Roggeveen convincendolo che si trattava di statue di argilla coperte di sassi.

Per ammorbidire la superficie era sufficiente applicare dell’acqua. Poi un particolare movimento “sfaldante” veniva eseguito dallo scultore, tramite un attrezzo in basalto, in modo da incidere un paio di solchi nella roccia, lasciando una “carena” nel mezzo, che in seguito veniva eliminata. L’attrezzo in basalto era semplicemente una delle tante punte di pietra trovate abbandonate all’interno della cava.

Il risultato era un processo estremamente efficiente tramite il quale sei uomini riuscirono a scolpire tutto il contorno di una statua di piccole dimensioni, circa cinque metri di altezza, in soli tre giorni. Heyerdhal stimò che sei uomini avrebbero potuto scolpire l’intera statua nel giro di un anno circa.

Una volta che le statue venivano estratte dalla roccia, occorreva trasportarle nel luogo di destinazione finale, sui basamenti, per un tragitto di una decina di chilometri al massimo.

Il trasporto di questa statua, che pesava dodici tonnellate, fu effettuato da 180 uomini che tirarono delle funi attaccate alla testa di pietra del gigante mentre il corpo era disteso su una slitta di legno che ripercorreva gli antichi sentieri.

Secondo l’archeologo Edwin Ferdon, che fu testimone della dimostrazione, lo spostamento della statua fu meno impegnativo del previsto: «Per iniziare, dovettero tirarla fuori dalla sabbia profonda, ma una volta posta sul terreno più duro avremmo potuto ridurre quella squadra di almeno metà. Una volta usciti dalla sabbia gli uomini cominciarono davvero a correre con questo oggetto, tanto che dovemmo fermarli, altrimenti lo avrebbero portato via dalla posizione in cui poi lo abbiamo eretto. Credo che lo abbiano trascinato per altri cento metri prima che li fermassimo».

Un’altra statua, questa pesante circa venti o trenta tonnellate, fu sollevata sopra un’elevata piattaforma in muratura. Ciò fu possibile con l’uso di leve (tre grandi pali di legno) e un ingegnoso basamento di pietre. Ci vollero dodici uomini impegnati per diciotto giorni per completare il lavoro, e naturalmente non fu necessaria nessuna tecnologia spaziale.

Ma gli esploratori che avevano scoperto l’isola l’avevano descritta come priva di alberi: come potevano le antiche popolazioni trasportare le pesanti statue senza l’uso di leve e rulli di legno? In realtà, analizzando i pollini depositati dalla vegetazione nei tre laghi dell’isola, gli archeologi hanno ricostruito le modificazioni ambientali, confermando che un tempo l’isola era coperta di boschi. I pollini rivelarono che le piante erano palme del Cile, che crescono fino a 20 metri d’altezza e hanno un fusto di 90 centimetri di diametro.

Il significato dei moai resta un mistero

Che cosa raffiguravano le statue? Tramite un interprete, uno dei primi navigatori a raggiungere l’isola, il capitano Cook, riuscì a farsi dire che le statue raffiguravano i sovrani del passato. Oggi, i ricercatori non sono più così sicuri che i personaggi ritratti siano realmente esistiti. Forse rappresentavano simulacri di dei benevolenti, monoliti augurali portatori di benessere e prosperità dove volgono lo sguardo. Per questo nell’isola di Pasqua molti di essi sono rivolti verso il mare, per auspicare sempre un’abbondante pesca.

Per altri studiosi sarebbero offerte agli dei, capaci di favorire eventi propizi, come la caduta della pioggia e la crescita di abbondanti coltivazioni. Per altri ancora erano rappresentazioni ideali del capoclan o ancora strumenti per incutere timore nelle masse. L’interrogativo resta aperto. Qualunque sia il significato finale dei moai, è indubbio che siano impressionanti e dimostrano che cosa l’ingegno e la forza delle braccia umane possano compiere.

Un’ultima curiosità. Nonostante avesse esplorato il mondo, Thor Heyerdahl scelse di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in Italia, nella borgata ligure di Colla Micheri, dove è oggi sepolto.

 


Massimo Polidoro

Scrittore, giornalista e Segretario nazionale del CICAP, è stato docente di Metodo scientifico e Psicologia dell’insolito all’Università di Milano-Bicocca. Allievo di James Randi, è Fellow del Center for Skeptical Inquiry (CSI) e autore di oltre 40 libri e centinaia di articoli pubblicati su Focus e numerose altre testate. Rivelazioni. Il libro dei segreti e dei complotti è il suo libro più recente. Si può seguire Massimo Polidoro anche su Face-bookTwitterGoogle+ e attraverso la sua newsletter (che da diritto a omaggi ed esclusive).




4 Comments

  1. La sua pagina contiene un errore madornale, quando dice che le statue erano rivolte verso il mare.
    in realtà solo 7 statue hanno lo sguardo verso il mare, tutte le altre guardano sempre all’interno dell’isola, nonostante siano state poste in prossimità della riva. Pertanto la invito a correggere il suo racconto.
    La dimostrazione del 1955 usando una grossa slitta, non annulla per niente l’ipotesi che i MOAI venissero trascinati con un movimento dondolante ed in piedi, cosa che rende inutile l’utilizzo di tronchi da usare come ruote. Saluti, Andrea.

    1. La ringrazio Esterina, ma guardi che non ho mai detto che “tutte” le statue erano rivolte verso il mare. E non ho nemmeno detto che l’ipotesi della slitta “annulla” ogni altra ipotesi, semplicemente che questa ipotesi è stata dimostrata e sembra plausibile.

  2. Lessi quel libro oltre 40 anni fa, mi piacque molto e rese ai miei occhi Thor Heyerdahl un mito e Kon-Tiki sinonimo di avventura ed esplorazione. Lo consiglio a chiunque.

    1. Grazie Amedeo. Hai ragione, è una lettura estremamente avvincente perché non è un romanzo, ma un’avventura vissuta realmente.

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