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Il mito medievale della cintura di castità

Un'incisione del XVI secolo che riproduce una "cintura" (con funzioni diverse da quelle del mito medievale)

Tutti hanno sentito parlare delle cinture di castità quali oggetti che, si diceva, fossero regolarmente in uso nel medioevo per preservare la “virtù” delle mogli dei cavalieri partiti per qualche Crociata o per altre avventure cavalleresche. Ebbene, si tratta in realtà di una leggenda nata nell’800, epoca in cui furono costruite gran parte delle cinture oggi in mostra in molti musei ed erroneamente indicate come medievali.

All’argomento del falso storico delle cinture di castità dedico un articolo sul numero di Focus Extra ora in edicola (estate 2011). L’intero numero è dedicato al tema dell’Eros e vi compare un altro mio articolo, questa volta di psicologia, in cui cerco di chiarire i meccanismi fisiologici e psicologici per cui l’eros risulta irresistibile.

Nell’articolo di Focus Extra non ho avuto modo di specificarlo, per motivi di spazio, ma uno dei principali autori che contribuirono alla diffusione della falsa credenza è nientemeno che Eric J. Dingwall. A questo punto, so che solo uno o due su mille avranno drizzato le orecchie a sentire questo nome. Per tutti gli altri, dirò che Dingwall è un nome famoso della ricerca psichica: negli anni ’20 del novecento faceva parte della Society for Psychical Research ed esaminò (e contribuì a sbugiardare) molti presunti medium spiritici. Tra gli altri, conobbe ed esaminò anche Margery, “la strega bionda di Lime Street”, l’unica che riuscì a convincerlo che forse qualcosa di vero c’era nei contatti con l’aldilà. L’illusione però durò solo qualche giorno, poi Dingwall si rese conto di come era stato raggirato (tra parentesi vi segnalo che proprio a Margery il prossimo numero di Query, la rivista del CICAP, dedicherà nientemeno che la copertina).

Dingwall fu amico di Houdini, smascherò l’infestazione di Borley, ebbe a che fare con personaggi del calibro di Harry Price e Sir Arthur Conan Doyle e visse una lunga vita, morì nel 1986 e James Randi ebbe modo di conoscerlo. Io non sono arrivato in tempo per fare la sua conoscenza, ma almeno ho avuto la fortuna di leggere la corrispondenza che intercorse tra lui (che dagli amici si lasciava chiamare “Ding”) e Randi.

Tra i suoi mille interessi, Dingwall era anche uno studioso di pratiche erotiche insolite e scrisse molto su questi argomenti. E’ suo anche The Girdle of Chastity, del 1931, il volume più spesso indicato come fonte principale per la credenza che nel medioevo fossero per davvero in uso le cinture di castità.

8 risposte su “Il mito medievale della cintura di castità”

@corrado: il ragionamento è logico, naturalmente, ma se avrai modo di leggere l’articolo su Focus Extra vedrai che la questione centrale è che non esistono prove (documenti, esemplari originali…) che dimostrino che la cintura di castità esistesse per davvero nel medioevo. Quelle esposte nei musei, si è potuto accertare che risalgono pressoché tutte al 1800.

Salve. Io avevo sentito dire che in realtà le cinture di castità esistevano, ma semplicemente se le mettevano volontariamente le donne durante assedi, scorribande, invasioni e situazioni simili per salvarsi dagli stupri. La chiave la tenevano nascosta loro stesse. Anche perché è vero che le fanciulle medievali ce le immaginiamo come creature angeliche e pure… ma i bisognini li facevano anche loro… con la cintura sarebbe abbastanza problematico

Sì Elisabetta, nel suo libro in effetti dà per accertato che esisteva nel medioevo e prende per autentiche alcune cinture in mostra nei musei che, in seguito, si sono rivelate oggetti creati ad arte nel XIX secolo.

A me la storia della cintura di castità era sempre sembrata fasulla per un particolare: possibile che a nessun cavaliere, menestrello etc. fosse mai venuto in mente di farsi fare una copia della chiave?
D’accordo i secoli bui, ma suvvia, un po’ di iniziativa… 😉

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