La pistola di Cechov: l’arma segreta dello scrittore

Quello della “pistola di Cechov” è un principio drammaturgico fondamentale della narrazione (romanzesca, cinematografica, teatrale…): lo vediamo sempre in azione, ma non tutti sono consapevoli della sua esistenza. Scoprire come funziona potrebbe rappresentare uno “spoiler” inevitabile per tutti i futuri libri, film o spettacoli che leggerete o vedrete, ma conoscerlo vi aiuterà moltissimo nella costruzione dei vostri romanzi. Se la cosa vi intriga, continuate a leggere…

Anton Cechov diceva che se in un romanzo compare una pistola, bisogna che spari. Sembra una banalità, ma non lo è affatto. Il grande scrittore e drammaturgo russo intendeva dire che non bisogna mai introdurre oggetti, scene o altri elementi nel corso di una storia se non sono necessari. Se compare una pistola in una scena e poi, nel resto del libro, nessuno la usa è un elemento inutile che va eliminato. Se c’è una pistola, prima o poi deve sparare. Ogni elemento della storia deve avere una funzione.

Ribaltate il principio e d’ora in avanti vi renderete conto del perché nei film o nei romanzi succedono cose che sul momento sembrano poco importanti ma poi si rivelano fondamentali.

Pensate a tutti quei bicchieri d’acqua che la bambina lascia per la casa in Signs, di M. Night Shyamalan. (SPOILER ON) Sembra un elemento abbastanza innocuo, almeno finché non si scopre che per gli alieni invasori l’acqua è tossica e i bicchieri lasciati in giro si trasformeranno in armi per combattere gli alieni (SPOILER OFF).

Oppure, pensate a tutti i gadget che nei film di James Bond il personaggio di Q consegna a 007 nel corso dell’inevitabile visita al laboratorio. Possiamo stare certi che proprio quei gadget serviranno a salvare la vita a Bond o risolvere una qualche situazione intricata nel momento del bisogno.

In questi casi si parla anche di foreshadowing, quando si accenna a qualcosa che tornerà più avanti.

Per lo scrittore Chuck Palahniuk la pistola di Cechov è «una promessa o una minaccia che va mantenuta per concludere una storia». Uno strumento di cui il narratore si serve anche per limitare la lunghezza di una storia e portarla a conclusione prima che diventi troppo lunga e perda energia, per metterle una cornice insomma.

In questo senso, diventano “pistole nascoste” anche altri artifici come la Grande Domanda; in Quarto potere di Orson Welles la GD è: che cos’è Rosebud? E solo alla fine del film si scopre il suo significato. Oppure il Conto alla Rovescia, come in tutti i film dove c’è una corsa contro il tempo, da 48 ore a Speed, da Die Hard 2 ad Armageddon…

Gli esempi potrebbero essere tanti, ma la lezione per chi scrive è semplice:

mai introdurre elementi superflui e cercare di inserire all’inizio di una storia qualcosa che vi aiuterà a concluderla.

Può anche succedere, naturalmente, che un elemento introdotto all’inizio serva solo per sviare l’attenzione del lettore e condurlo fuori strada, come spesso capita nei gialli, ma in questi casi si parla di red herring o, come diremmo in italiano, uno specchietto per le allodole.

E a chi obietta che la vita vera non funziona così e che a volte compaiono pistole (metaforiche) che poi non sparano? Uno di questi è Haruki Murakami, che non solo non applica spesso questo principio ma nel suo bestseller 1Q84 argomenta così la questione:

Aomame annuì.

– Mi inviti a trasgredire la regola di Cechov, insomma.

– Esatto. Cechov è un grande scrittore, ma il suo modo di pensare non vale per tutti. Non è vero che tutte le pistole che appaiono in una storia debbano fare fuoco, – disse Tamaru.”

Si spogliò e fece una doccia calda che portò via quello sgradevole odore di sudore.

«Non è vero che tutte le pistole debbano fare fuoco, – si disse Aomame mentre era sotto la doccia. – Una pistola non è altro che uno strumento. E quello in cui vivo non è un mondo di finzione. È un mondo reale, pieno di smagliature, difformità, anticlimax».

L’esempio è citato anche su Scripta Volant, dove si discute di varie “lezioni” di scrittura contenute nel romanzo di Murakami e, a proposito della pistola di Cechov, si spiega così il pensiero dello scrittore giapponese: «Quello che Murakami ci sta dicendo è che deviando di tanto in tanto dalla regola della pistola di Cechov cerca di imitare, nella finzione del romanzo, la vita. Certo, un romanzo pieno di “pistole che non sparano”, un romanzo troppo simile alla casualità della vita, rischia di essere un meccanismo che si inceppa, oltre ad essere molto noioso. Quello che ci sta dicendo Murakami è che le regole si possono anche trasgredire. Basta farlo con gusto, con delle scelte precise, scegliendo con il nostro istinto».

A chi invece dice che la pistola di Cechov è uno strumento pessimo o fuori moda, così risponde Palajniuk: «A renderlo ottimo o pessimo è solo l’abilità con cui si riesce a nascondere la pistola».

E ora che conoscete questo artificio in quale modo lo userete nel vostro romanzo? E quali altri scene di libri o film famosi che lo usano vi vengono in mente?


Massimo Polidoro

Scrittore, giornalista e Segretario nazionale del CICAP, è stato docente di Metodo scientifico e Psicologia dell’insolito all’Università di Milano-Bicocca. Allievo di James Randi, è Fellow del Center for Skeptical Inquiry (CSI) e autore di oltre quaranta libri e di centinaia di articoli pubblicati su Focus e numerose altre testate. Il suo ultimo libro, scritto con Marco Vannini, è Indagine sulla vita eterna, pubblicato da Mondadori. Si può seguire Massimo Polidoro anche su FacebookTwitterGoogle+.


 



13 Comments

  1. Murakami è un astuto prestidigitatore che riempie i suoi libri di pistole che non sparano e di spari che non si capisce da dove vengano e perché. Una tecnica narrativa per lettori “mistici” anziché “razionali”: anche nella vita reale le pistole prima o poi sparano, persino quando non sparano.

  2. Io ci sto provando a scrivere un romanzo in cui le pistole, tutte non solo non sparano ma restano fine a se stesse dall’inizio alla fine :-)
    Sarà dura ma ci riuscirò e nel frattempo metto una pistola nel cassetto in basso a sinistra.

    1. Ne uscirà sicuramente qualcosa di molto originale! In bocca al lupo… e se ti serve la pistola, quando lo incontri, sai già dove trovarla 😉

  3. Nel film paycheck Michael Jennings è un brillante ingegnere che lavora per diverse società nella costruzione di complessi macchinari. L’unica clausola dei suoi contratti è che alla fine i ricordi relativi al suo ultimo lavoro devono essere rimossi. Stipula un contratto da ben $92.000.000 con la multinazionale di Rethrick, un suo vecchio amico. Al termine dei tre anni dell’incarico si risveglia senza alcun pagamento per quest’ultimo impiego, con soltanto un pacchetto di oggetti che non riconosce come propri e apparentemente inutili. Quegli oggetti sono i protagonisti del film e al momento giusto avranno la loro necessaria funzione. Un esempio in cui le pistole di cechov sparano a ripetizione. Un saluto e complimenti.

    1. Grazie per l’ottima segnalazione enrico! Un’altra intrigante mini-serie, strapiena di pistole di Cechov, è stata “The Lost Room”, se la trovate provate a darle un’occhiata…

      1. Me la ricordo, la vidi in originale praticamente in contemporanea con l’uscita: l’unica perplessità lì rimane il finale che è proprio attaccato con lo sputo. C’erano anche splendide riflessioni su come il potere enorme di certi oggetti non servisse a nulla se finivano nelle mani di chi non li sapeva usare [SPOILER] Il pettine che fermava il tempo era utilizzato da un guardone per poter vedere le donne negli spogliatoi delle palestre, per esempio[/SPOILER] E poi la bimba era Elle Fanning, che in seguito ha girato anche Super 8, tra le altre cose.

  4. Personalmente invece sono della scuola opposta, quella dell’apofenia: più oggetti, situazioni, interrogativi inserisci in una trama, maggiori saranno le possibilità di sviluppo della stessa ed i lettori ne verranno attratti maggiormente perchè troveranno schemi e logiche inesistenti o alle quali tu autore non avevi minimamente accennato. Pensa a Lost, a tutti i suoi misteri risolti che hanno meno fascino di quelli lasciati intenzionalmente irrisolti. O alla saga Batman R.I.P. di Morrison, al film “23”: la vita è carica di cose che accadono solo perchè controintuitivamente probabili e che ci lasciano sorpresi, come vedere il vicino di casa in vacanza a San Francisco, e francamente credo sia il bello della vita stessa.

    1. Anche tu hai ragione, Spider Jerusalem. Il fascino della “mistery box” di Abrams è innegabile. Resta il fatto che, almeno in un romanzo, troppe scatole chiuse che non si aprono mai più che stimolare la curiosità del lettore rischiano di lasciarlo deluso…

  5. Da tempo volevo scrivere un post intitolato “La pistola di Cechov”, proprio da quando ho letto 1Q84 qualche mese fa :)

    Non credo ci sia più nulla da dire al riguardo.

    Murakami ha introdotto in quel romanzo un numero enorme di dettagli e ha voluto proprio riprodurre la realtà. In fondo, siamo pieni di oggetti che non saranno usati a breve o in una delle tante storie che viviamo.

    Io interpreto così quella regola: non introdurre elementi macroscopici e evidentissimi o troppo appariscenti se poi non interverranno mai nella tua storia. E il perché è semplice: il lettore li nota e si chiede che parte avranno, si aspetta che prima o poi entrino in azione.

    E non possiamo deludere il lettore :)

    1. Molto ben detto, Daniele. Grazie.

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