Visto da vicino nessuno è normale

Un immagine di Franco Basaglia dal sito del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste.

Trentuno anni ieri se ne andava un eroe moderno, un uomo che è stato in grado di restituire dignità di persone a chi “persone” non erano più considerate: i matti. Si tratta di Franco Basaglia, veneziano nato nel 1924 ed è sua la frase che dà il titolo a questo post. Convinto già da studente che la malattia mentale non fosse curabile solo con la farmacologia, ma fosse importante instaurare un rapporto con il paziente psichiatrico, Basaglia si rese presto conto che le sue idee non erano ben viste in ambito accademico.

Quando vinse una cattedra di psichiatria all’Università di Padova, preferì rinunciare alla carriera universitaria per dirigere l’ospedale psichiatrico di Gorizia. Fu qui e poi a Trieste che diede l’avvio a una riflessione sociopolitica sulla trasformazione dell’ospedale psichiatrico. Scrisse libri di successo e aprì i cancelli dei manicomi per aiutare i cittadini a comprendere che i malati mentali non sono “pazzi” irrecuperabili, come si riteneva generalmente, ma esseri umani, persone in crisi che possono essere aiutate. Nonostante ostilità diffuse e pregiudizi, riuscì a fare introdurre in Italia una legge, la 180/78, chiamata anche “legge Basaglia” (purtroppo mai applicata fino in fondo), che portò alla chiusura dei manicomi e promosse la trasformazione del trattamento psichiatrico sul territorio.

Alla vicenda di Basaglia ho dedicato il mio ultimo libro, Marta che aspetta l’alba, dove lo straordinario cambiamento da lui ideato e promosso a Trieste è visto attraverso gli occhi di una infermiera, Mariuccia Giacomini, e di una paziente, Marta. Oggi vi segnalo questa bella recensione del mio libro firmata da Mario Bonanno e uscita su Sololibri.net.

Nella foto qui sotto Mariuccia (a destra) è seduta oggi al tavolo de “Il posto delle fragole” (il bar-ristorante che si trova a San Giovanni, all’interno del Dipartimento di salute mentale) con una paziente che potrebbe benissimo essere Marta:


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