Chi abbiamo in mente quando scriviamo? A chi ci rivolgiamo esattamente: ai critici, al lettore ideale, al coniuge, a noi stessi o a nessuno in particolare? Chiarirsi sin dall’inizio chi saranno i nostri lettori (o chi speriamo essi siano) è forse il modo migliore per capire il taglio che dovremo dare al nostro lavoro.

"Se non avete tempo per leggere, non avrete il tempo o gli strumenti per scrivere" - Stephen King.

 

«Mi ricordo che in On Writing Stephen King diceva di scrivere la prima volta con la porta chiusa, e la seconda con la porta aperta» mi ha scritto in un commento a un post precedente Federico Baron. E continua: «Io fin’ora ho mancato il bersaglio anche perché non ho mai ben considerato la figura del Lettore, che sono sempre più convinto invece vada tenuta in principale considerazione, come un faro-guida per indicare il percorso da seguire alle riscritture successive. Un lettore, vedendo le mie frasi di sei righe piene di subordinate, mi ha spronato a chiedermi infatti quanto io scriva per gratificare me stesso e quanto per gratificare il lettore. Solo che, ricevendo i giudizi più disparati, faccio fatica a immaginarmi il “Lettore Medio” che dovrei tenere a mente nelle riscritture, in termini non tanto di storia ma soprattutto di stile».

Credo che ci si possa legittimamente rivolgere a chiunque: moglie, figli, colleghi, critici… l’importante è esserne consapevoli. Si può cioè scrivere solo per noi stessi, se lo vogliamo, creare un diario per raccogliere idee, impressioni e riflessioni su cui tornare di tanto in tanto o da rileggere tra qualche anno. Oppure, si possono scrivere storie e racconti barocchi e complessi che ci riempiono di soddisfazione, anche se gli altri sembrano non gradire. In questi casi, sapere che scriviamo solo per noi stessi ci rende immuni alle critiche.

Tuttavia, se lo scopo è quello di farsi leggere anche dagli altri, allora occorre iniziare a porsi domande sulla propria scrittura: chiedersi a chi ci si intende rivolgere è il primo passo per uscire dall’autoreferenzialità.

Come fare? Ecco qualche idea per chi vuole scrivere romanzi:

1. Scegliere il tipo di storia che ci appassiona di più. Può darsi che ci piaccia leggere fantascienza, ma siccome non è facile ottenere il successo con questo tipo di storie allora potremmo decidere di scrivere un romanzo rosa perché tira di più, anche se non ne abbiamo mai letto uno. E’ una scorciatoia che non può funzionare. Bisogna scrivere di ciò che ci lascia a bocca aperta e ci spinge a leggere sempre di più, anche se quello che ci piace non è un settore dove si vende molto, altrimenti la scrittura suona falsa e non si andrà molto lontano. E poi, chi lo sa, magari mettendosi d’impegno saremo proprio noi a scrivere il primo bestseller di quel tipo…

2. Leggere tanto nel settore di interesse. Può sembrare banale, ma per scrivere bene un giallo bisogna prima leggere tanti, tanti gialli. E’ incredibile quanti ancora pensino che per scrivere non sia necessario leggere. In realtà è vero il contrario: chi non legge non è in grado di scrivere in maniera credibile. O come dice Stephen King: “Se non avete tempo per leggere, non avrete il tempo o gli strumenti per scrivere”. Che cosa leggere dunque? Di tutto, naturalmente, ma soprattutto il genere che ci piace e ci appassiona di più.

3. Individuare i capisaldi. Qualunque genere si intenda esplorare, ci si renderà conto presto o tardi che ogni storia che funziona presenta alcuni elementi ricorrenti. Il “lettore-medio”, come dice Federico, si aspetta di trovare quegli elementi: ometterli o trascurarli significa inevitabilmente deludere le aspettative del lettore.

 

Quali sono dunque i punti fissi di una storia che funziona?

Per scoprirli vi propongo il seguente esercizio, suggerito dall’agente letterario americano Donald Maas nei suoi workshop:

Scegliete i vostri 3 romanzi preferiti, quelli che avete letto e riletto più volte, e metteteli di fronte a voi sulla scrivania. Che cos’hanno in comune? Forse in superficie poco, ma lasciate da parte il genere, lo stile o l’ambientazione di ogni storia e considerate invece le sensazioni che ognuno di questi libri vi ha dato come lettori. Probabilmente:

a) ogni libro riusciva a trasportarvi in un mondo di fantasia assolutamente convincente;

b) il protagonista era un personaggio eccezionale nel quale sembrava facile identificarsi;

c) gli eventi che capitavano al protagonista erano drammatici, insoliti e comunque molto significativi;

d) la storia vi ha fatto pensare a qualcosa su cui prima non avevate riflettuto, vi ha lasciato un messaggio.

E ora, guardate con occhio critico la vostra storia: potete dire che possiede gli stessi elementi dei romanzi che vi hanno appassionato? Se la risposta è no, ora sapete dove è necessario intervenire.

Che ne pensate? Condividete qui sotto i titoli dei vostri 3 romanzi preferiti e diteci che cosa pensate abbiano in comune per avervi così tanto appassionati.


Massimo Polidoro

Scrittore, giornalista e Segretario nazionale del CICAP, è stato docente di Metodo scientifico e Psicologia dell’insolito all’Università di Milano-Bicocca. Allievo di James Randi, è Fellow del Center for Skeptical Inquiry (CSI) e autore di oltre trenta libri e di centinaia di articoli pubblicati su Focus e numerose altre testate. Il suo ultimo libro, scritto con Marco Vannini, è Indagine sulla vita eterna, pubblicato da Mondadori.


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