«È lui il colpevole, lo riconosco!» Davvero?

«È lui il colpevole, lo riconosco!» È la classica frase da film che inchioda in genere l’assassino: ma quanto è credibile?

Ecco un istruttivo esperimento, ricreato per Quark diversi anni fa, che dimostra quanto poco ci si possa fidare dei testimoni oculari.

Sul tema della testimonianza oculare, si può leggere il libro di Giuliana Mazzoni "Si può credere a untestimone?" (Il Mulino).

Sul tema della testimonianza oculare, si può leggere il libro di Giuliana Mazzoni “Si può credere a un testimone?” (il Mulino).

Marco Visalberghi, storico autore del programma di Piero Angela, realizzò proprio questo come suo primo servizio nel 1981.

Con l’aiuto dello psicologo americano Robert Buckout, studioso di psicologia dei testimoni, fu ricostruito e filmato un finto delitto.

Il luogo era sotto la sopraelevata dell’East Side, a New York, e la scena (un tizio sbucava da dietro un palo e aggrediva un passante con un coltello) fu così credibile che alcuni automobilisti inchiodarono e uno estrasse persino la pistola, ma fu fermato dai poliziotti che erano stati imposti per le riprese.

Il filmato non durava più di un minuto, ma aveva una caratteristica ben precisa: l’assassino non si vedeva mai in volto.

A un gruppo di persone che videro il filmato fu chiesto di compilare un questionario con domande sulle caratteristiche fisiche dell’assassino: si rivelarono così discordanti da essere perfettamente inutili.

Poi, furono mostrate sei foto segnaletiche: «La persona che ha commesso il delitto può trovarsi tra queste sei foto, ma può anche non esserci».

Ebbene, quasi tutti, tranne due persone, identificarono il killer in uno o l’altro degli individui fotografati e nessuno si rese conto che l’uomo non si era mai visto in volto.

Cosa ancora più interessante, per misurare l’effetto della “pressione sociale”, fu chiesto agli unici due che non avevano riconosciuto il colpevole tra le foto di mettercela tutta perché la polizia aveva arrestato un sospetto la cui foto si trovava tra le sei mostrate.

I risultati non si fecero attendere. Dopo qualche minuto, entrambi i testimoni concordarono che il colpevole era proprio quello della foto numero tre.

Sono esperienze che si ripetono abitualmente negli esperimenti e che dimostrano come, di fronte a dichiarazioni di assoluta certezza da parte di un testimone, occorre andarci sempre con i piedi di piombo.

Sul tema della psicologia della testimonianza si può leggere Si può credere a un testimone? di Giuliana Mazzoni (il Mulino).

E a voi è mai capitato di trovarvi a discutere con qualcuno, assolutamente convinto di avere visto qualcosa che, voi ne eravate certi, non era successa come credeva questa persona?


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Massimo Polidoro

Scrittore, giornalista e Segretario del CICAP, è stato docente di Metodo scientifico e Psicologia dell’insolito all’Università di Milano-Bicocca. Allievo di James Randi, è Fellow del Center for Skeptical Inquiry (CSI) e autore di oltre 40 libri e centinaia di articoli pubblicati su Focus e altre testate. Rivelazioni e Il tesoro di Leonardo sono i suoi libri più recenti. Il passato è una bestia feroce è il primo thriller di una nuova serie: il secondo si intitola Non guardare nell’abisso e arriva il 21 giugno 2016. Segui Massimo anche su FacebookTwitter, PeriscopeInstagram, Pinterest, Telegram e la sua newsletter (che dà diritto a omaggi ed esclusive). Per invitarmi a tenere una conferenza scrivete qui.




2 Comments

  1. Ciao Massimo
    Effettivamente è sconcertante ma tutto ciò è maledettamente vero. Quando assistiamo a qualche situazione piacevole o spiacevole che sia siamo inevitabilmente condizionati. Nel mio caso sono proprio io che spesso integro o altero senza volerlo la narrazione dei fatti. Mio marito dice che non dovrebbero mai prendermi a testimone !

  2. Ciao Massimo, ritengo che questo post sia molto suggestivo

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